La letteratura serve all’Impresa?

Workout Magazine - Studio Chiesa communication

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Cristiana Bossini, Vicepresidente e Amministratrice Delegata di RBM S.p.A

La domanda, lo so, è di quelle inusuali, un po’ sconcertanti perché, scommetto, non ci avete mai pensato. E attenzione: non sto parlando della letteratura cosiddetta, appunto, d’impresa, per quella la risposta è facile perché si tratta di opere incentrate sulla storia di aziende e di imprenditori con una valorizzazione importante della loro immagine e dell’identità. No, sto proprio parlando di letteratura nel senso più ampio del termine, di romanzi, di saggi, generi e argomenti lontani mille miglia dal mondo della produzione industriale, libri da commissionare o da promuovere.  Se la vostra risposta è negativa, siete stati frettolosi: la letteratura serve, eccome se serve. Innanzitutto delinea in modo non convenzionale il mondo valoriale dell’impresa: attraverso i temi trattati emerge la sua cultura, ciò in cui crede e che persegue quotidianamente, ma, potrei dire, con discrezione, senza picchi autoreferenziali. La letteratura poi ricorda alle imprese che l’innovazione non nasce solo dalla tecnologia, ma anche dalla visione, dalla capacità di immaginare mondi diversi. O, viceversa, dalla capacità di spiegare la tecnologia stessa, di renderla accessibile e amica anche a chi non ha conoscenze pregresse. Infine aggiungerei: anche a non dimenticare che un’azienda è fatta di persone, e che le persone vivono, lavorano e si riconoscono nelle storie.

Gli uffici di Nave.
Gli uffici di Nave.

Sono concetti certo familiari a Cristiana Bossini, Vicepresidente e Amministratrice Delegata di RBM, azienda di Nave, in provincia di Brescia, che progetta e produce componenti e sistemi idrotermosanitari. La sua azienda, che dirige insieme al fratello Guido, è uno dei premium sponsor di Librixia, la Fiera del Libro di Brescia che ogni anno diventa crocevia di autori e protagonisti del mondo della cultura e dell’informazione e che grazie ai suoi incontri diffusi nei luoghi più iconici e importanti della città avvicina tante persone diverse alla lettura: «Grazie al nostro sostegno al festival – dice Cristiana – ci viene concesso uno spazio dove presentiamo uno o due titoli che ci sembrano meritevoli di attenzione». Nel 2025 la scelta è caduta su È il pensiero che conta. Conversazioni fuori dai luoghi comuni, un libro che nasce dagli autori dalla fortunata trasmissione Off topic di Radio 24 – incentrata proprio su quelle frasi che ciascuno di noi ha pronunciato almeno una volta nella vita e che vengono lì confutate o confermate, ma senza toni pedanti, in modo leggero e scherzoso – e l’opera prima di una giovanissima autrice, Cristina Fusi, massoterapista e laureanda in psicologia, Sei più di quello che ti manca. Cristiana Bossini è entusiasta soprattutto di quest’ultimo libro «che si rivolge alle donne per aiutarle a ritrovarsi nei momenti, fisiologici o esistenziali, di transizione, di cambiamento, di fragilità come la maternità, la menopausa, la fine di un rapporto, affrontando temi che vanno dalla solitudine all’insicurezza al senso di inadeguatezza. Ha una struttura molto particolare, con riflessioni che sembrano scaturire da un colloquio intimo dell’autrice con se stessa arricchite da testimonianze e stimoli alle lettrici perché riversino sulla pagina i loro vissuti. È più di un manuale di self-help anche se potrebbe sembrarlo, è un vero e proprio saggio narrativo».

Tornando al quesito di partenza e alle sue risposte, questo libro rispecchia la grande attenzione che Cristiana ha nei confronti del mondo femminile: «Siamo certificati Parità di Genere dal 2024 e per monitorare, promuovere e garantire l’attuazione dei suoi principi abbiamo costituito un Comitato che include figure chiave nell’organizzazione aziendale. Sì, c’è anche un uomo perché non è che li vogliamo sterminare tutti (ride). In RBM non ci sono differenze salariali a parità di mansione, né discriminazioni al momento dell’assunzione o nello sviluppo della carriera. Purtroppo però, nonostante i nostri sforzi, è difficile portare donne nel nostro ambito, se si eccettua l’amministrazione. Questa è una realtà ancora molto maschile in cui gli uomini pesano per l’83% della forza lavoro e in cui io stessa, nel mio percorso lavorativo, ho incontrato parecchia ostilità, a partire da qualche fornitore che cercava di cogliermi in castagna su aspetti tecnici. Il processo di accettazione è stato lungo e faticoso e posso dire che solo oggi, dopo trent’anni che lavoro, comincio a essere considerata veramente nel mio ruolo». Ecco perché Cristiana ritiene che una donna, per farsi valere, deve essere molto preparata, più di un uomo: a quest’ultimo un errore viene fatto passare, se viene invece commesso da una donna, le reazioni sono assai diverse, spesso intransigenti. Il riconoscimento è ancora più difficile se sei «come è successo a me, la figlia del “padrone” e poi la sorella del capo, devi costantemente dimostrare le tue capacità».

Il padrone in questione era Serafino Bossini, amatissimo padre di Cristiana e Guido, alla cui memoria RBM ha istituito cinque borse di studio per i figli dei collaboratori come contributo al loro percorso educativo, sia per il passaggio dalle medie alle superiori sia in quello dalle superiori all’università: «Mio padre aveva fiducia nei giovani, li incoraggiava a credere nel loro futuro e a fare di tutto per perseguire i loro obiettivi. È un’eredità che è passata a noi, si dice sempre “largo ai giovani” e poi largo non lo si fa mai, ci si tiene ben stretti tutto. Io, se un ragazzo o una ragazza mi chiamano per qualsiasi motivo, li ascolto sempre, a prescindere. Perché sono loro il futuro, non noi».

A fondare l’azienda, e non a Nave bensì a Lumezzane, era stato Guido Bossini, padre di Serafino, che dopo un’iniziale attività, in tempo di guerra, di fabbricazione delle spolette per le bombe, si era reinventato nel settore idrosanitario con le saracinesche dei water e con le prime valvole per termosifoni: era il 1953 e solo dopo cinque anni sarebbe mancato lasciando due figli, di cui Serafino appena ventenne. Serafino peraltro già lavorava, da Eredi Gnutti che precedentemente era un’armeria diventata poi un’azienda specializzata in semilavorati di ottone e bronzo, principalmente barre. Racconta Cristiana: «Mio papà non amava particolarmente lo studio e aveva perciò iniziato a lavorare presto. Mio nonno però non l’aveva voluto subito in azienda, spingendolo invece a fare un’esperienza all’esterno, con una visione sorprendentemente moderna». Fin dall’inizio Serafino si occupa della parte produttiva, la sua passione sono i macchinari, in grembiule nero è perennemente in officina, ama «sporcarsi le mani, mi ricordo quando se le lavava con una pasta bianca che serviva a eliminare il grasso» mentre il fratello si occupa della parte finanziaria e commerciale.

Ai tempi l’azienda di Lumezzane è piccolina, su tre piani con un montacarichi che funge da ascensore, con un piccolo ufficio tecnico dove si può trovare Serafino quando non è in produzione. Ed è proprio questo fatto di essere su più livelli che a Serafino proprio non garba, «lui voleva vedere tutte le sue macchine a colpo d’occhio, voleva essere su un unico piano». Nel giro di una manciata di anni la decisione è presa: ci si trasferirà a Polaveno, distante una quindicina di chilometri, dove Serafino fa costruire un nuovo capannone, su un solo livello proprio come voleva lui, anche se con l’inconveniente di una strada che attraversa la proprietà. Lo stabilimento di Polaveno è ancora attivo: è lì dove vengono stampati a caldo i componenti in ottone e dove sono realizzati i pannelli isolanti in polistirene che entrano negli impianti di riscaldamento a pavimento: «Sì, perché questi ultimi già a metà circa degli anni Novanta cominciano ad affiancarsi alla produzione dei tradizionali impianti di riscaldamento. Erano tornati di moda dopo un periodo di abbandono legato alla loro insalubrità, si erano evoluti sostituendo i tubi in ferro, che scaldavano moltissimo gonfiando le caviglie, con quelli in polietilene».

Nel 2000 un nuovo trasferimento e una nuova sede: a Nave, 55.000 metri quadrati con l’headquarter, l’officina per le lavorazioni meccaniche, gli assemblaggi, i magazzini a cui si aggiungono l’area per l’estrusione dei tubi, lo showroom (di cui parleremo a breve) e l’R&D. Nello stesso anno viene acquisita un’azienda fornitrice specializzata nello stampaggio delle materie plastiche per conto terzi: si trova a Villanuova sul Clisi e diventa il terzo stabilimento di proprietà della famiglia Bossini. A quell’epoca il passaggio generazionale è già stato abbozzato: il fratello di Cristiana fa il suo ingresso in azienda nel 1987 e nel 1996 è la volta di Cristiana. Qui il discorso si fa sociologicamente interessante perché ricalca il modus operandi di un tempo: non importava che un figlio avesse o meno il desiderio di partecipare all’attività di famiglia, era tenuto a farlo. «Stavo lavorando ormai da tre anni in una finanziaria di Brescia quando “sono stata chiamata alle armi”. Quel lavoro mi piaceva, in quel momento non ci pensavo proprio a entrare in RBM, ma non per qualche preclusione, semplicemente non l’avevo mai sperimentata se si eccettuano i classici quindici giorni in estate ancora da studentessa. Però mi è stato detto: vieni qui. E così ho fatto. Ho iniziato in amministrazione, condividevo l’ufficio con mio papà, le due scrivanie affiancate». Si potrebbe pensare ad anni di frustrazione, ma non è stato così: «Sono stata con lui dal 1996 al 2008, quando è mancato, ed è stato un periodo splendido in cui ho imparato tanto. Anche solo ad ascoltare: ancora quando siamo scesi a Nave, nel 2000, avevamo due spazi comunicanti e tante volte mi consigliava di lasciare aperta la porta in modo da poter sentire le sue conversazioni». Inoltre Cristiana è stata messa in società da subito, un gesto che lei definisce rivoluzionario per la mentalità del tempo, soprattutto nell’ambito lumezzanese.

Quali sono gli insegnamenti che il padre le ha lasciato? Cristiana non ha esitazioni: «Innanzitutto il rispetto per le persone che lavorano con te, la puntualità e poi il valore della parola data che non può mai essere rimangiata. Una stretta di mano per lui valeva più di milioni di contratti». Poi sospira: «Oggi non è più così». Serafino non aveva un carattere facile: «Si arrabbiava facilmente, a volte mi faceva delle sfuriate spaventose, ma se poi si rendeva conto di aver avuto torto, era pronto ad ammetterlo e a scusarsi. Era franco in modo a volte fin imbarazzante, ma le persone lo amavano e lo stimavano anche per questi suoi modi così diretti».

Oggi RBM è cresciuta tanto: alle sedi già citate (per un totale di oltre 300 dipendenti) si aggiungono due sedi secondarie in Francia e Belgio, tre filiali commerciali nei Paesi Bassi, in Cina e in Australia e un ufficio di rappresentanza in Romania («ma tutta la produzione è localizzata in Italia» specifica Cristiana). Il mercato è al 50% italiano e 50% estero e questo quasi interamente europeo. L’internazionalizzazione è stata iniziata dal fratello di Cristiana – «mio papà non prendeva nemmeno l’aereo» –, la sua indole commerciale ha visto subito le opportunità fuori dai nostri confini con la conseguente decisione di aprire le filiali estere, ma lui non è solo un sales man, è, dice Cristiana, «il vero K man di RBM».

Cinque i pilastri strategici su cui poggia la visione della RSI dell’azienda. Decido di percorrerli insieme a Cristiana e così scopro dettagli interessanti.

  1. INTERNAZIONALITÀ. Di questa abbiamo appena parlato, ma domando a Cristiana quale sia stato l’impatto di culture diverse sul modus operandi di RBM: «Le due filiali, quella francese e quella belga, operano in territori che hanno una mentalità imprenditoriale molto simile alla nostra. Diverso è il caso di Cina e Australia, ma in quei casi si tratta di puri uffici commerciali e quindi le eventuali problematiche, connesse a realtà più grandi e complesse, sono praticamente assenti. Alla fine si è trattato di avere un’alternativa rispetto a un agente che avrebbe dovuto fare avanti e indietro più volte all’anno. Dispendioso e poco funzionale. Ma in più così facendo abbiamo la possibilità di maturare competenze proprio culturali che risultano e risulteranno sempre più utili in un ambiente globale».
La lounge di I-box.
La lounge di I-box.
  1. INNOVAZIONE. «Questa parola io la associo immediatamente al nostro box esperienziale, l’I-box, che non è solo showroom, ma un insieme di ambienti interattivi dove il visitatore può sperimentare quello che noi chiamiamo il wellbeing climatico, cioè quel benessere associato a interni nei quali c’è un equilibrio tra temperatura, umidità, circolazione e qualità dell’aria. L’idea di “creare” I-Box è nata da una considerazione controcorrente: perché delegare solo agli architetti oppure ai tecnici la scelta del clima di una casa? A nostro parere il consumatore finale, quello che io chiamo la signora Maria, deve poter invece decidere consapevolmente quali soluzioni lo fanno stare meglio tra le mura del suo appartamento. Cioè, sceglie le piastrelle del pavimento o il colore delle pareti e non come sentirsi nella propria casa? Ma per farlo deve poter sperimentare proprio fisicamente le diverse situazioni e nei nostri showroom, ormai presenti in più di una città italiana e anche in qualcuna estera, questo è possibile. Addirittura qui a Nave abbiamo allestito un vero e proprio appartamento, arredato di tutto punto, che in ogni stanza permette di apprezzare le soluzioni che assicurano il migliore comfort climatico». Non si tratta però solo di un’azzeccata scelta espositiva: Cristiana ricorda come, dietro ogni loro prodotto, ci sia una ricerca attentissima, non di rado condotta in collaborazione con le università del Nordest, nella quale allo studio di nuove tecnologie si affianca l’impegno verso una «bella» produzione. Un esempio? La valvola termostatica progettata da Lissoni, uno tra i più influenti architetti e designer italiani: così, un dettaglio a cui in genere si presta poca attenzione, se non per la funzionalità che deve possedere, si è rivestito di grazia formale. «Non solo – aggiunge Cristiana – Lissoni ha disegnato per noi anche la serie di porta salviette e porta accappatoi Mondrian. In questo caso, a un complemento d’arredo quasi banale è stata conferita un’elegante presenza che da sola può connotare una parete».
Un altro scorcio dell’I-box.
Un altro scorcio dell’I-box.
  1. SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE. Sono tanti i comportamenti virtuosi messi in atto da RBM in questo ambito. Cristiana ricorda i quattordicimila metri quadrati di impianto fotovoltaico che consente di coprire il 18% del consumo energetico degli stabilimenti produttivi di Nave, la costante riduzione da tre anni a questa parte delle emissioni dei gas a effetto serra, i monitoraggi e le soluzioni messe in atto per contenere i possibili effetti impattanti dell’attività dello stabilimento di Polaveno incentrata su ottone e materiali plastici, la corretta gestione dei rifiuti. Un impegno che in RBM considerano irrinunciabile, un patto con le generazioni future da migliorare continuamente con serietà e rigore.
  2. TERRITORIO. Il sostegno alla comunità, che negli anni non è mai venuto meno, oggi ha preso forma, anche giuridica, nel Patto di comunità della valle di Garza, nome evocativo e potente attribuito a quella che Cristiana definisce una start up: «Cominciamo con il chiarire che in realtà “la valle” non esiste geograficamente – sorride – più che altro è un’area attraversata dal fiume Garza che nel suo percorso verso Brescia tocca i comuni di Bovezzo, Nave e Caino. Il progetto è nato quando con un altro imprenditore locale abbiamo fatto alcune riflessioni sull’aiuto materiale che elargiamo alle associazioni, alle parrocchie, ai comuni stessi. Purtroppo agire come abbiamo sempre fatto, ciascuno nella propria realtà territoriale e come risposta alle più varie richieste, porta alla conseguenza di disperdere contributi senza mettere a terra nessun vero progetto. L’intenzione quindi è quella di individuare necessità comuni alle tre aree e di convogliare risorse verso una di esse. Il primo progetto si è coagulato attorno a un’associazione, Cooperativa Futura, che si occupa di disabili, soprattutto ragazzi, e all’obiettivo di trovare un lavoro a quelli tra loro che possono accedervi. Una delle mansioni, per esempio, potrebbe essere il maggiordomo aziendale che è un benefit di grandissima comodità per chi lavora e di straordinaria emancipazione per le persone impiegate. Tra l’altro l’associazione ha un laboratorio di ceramica, Libera l’Arte, nel quale viene coltivata la creatività individuale con l’obiettivo di promuovere l’integrazione di ragazzi e adulti disabili, affinare le loro capacità e promuovere l’autostima».
    In aggiunta a questo progetto, RBM sostiene da sempre lo sport, soprattutto se coinvolge ragazzi e bambini, motivo per cui in passato ha sponsorizzato la squadra di rugby di Lumezzane che oggi si chiama Centurioni Rugby e che ha appena festeggiato il 60° compleanno: «È una bella squadra che ha dato più di un giocatore alla Nazionale. E che ha avvicinato a questo sport tanti bambini della zona. Mio padre non negava mai un contributo purché i bambini fossero coinvolti nelle iniziative, era convinto, e lo sono anch’io, che lo sport sia per loro un’autentica àncora di salvezza, in tutti i sensi».
Una foto storica della squadra di rugby di Lumezzane, sponsorizzata da RBM.
Una foto storica della squadra di rugby di Lumezzane, sponsorizzata da RBM.

Ai ragazzi sono dedicati anche i PMI Day, eventi fortemente voluti da Confindustria e nei quali le piccole medie imprese aprono le loro porte agli studenti per far loro conoscere la propria realtà attraverso visite guidate e incontri che per quanto concerne RBM vengono organizzati con le scuole di Nave e danno modo di «respirare l’odore dell’officina»: «Il frutto di questi momenti sono gli stage che tutti gli anni vengono svolti da noi. Il mio sforzo in questi casi è quello di far capire che è bello fare l’ingegnere o il marketing manager però è anche necessario che qualcuno lavori alle macchine, che è un ambito per nulla disprezzabile».

La valvola termostatica disegnata da Lissoni.

Infine sul fronte della cultura RBM non limita la sua sfera d’azione al mondo dei libri, ma la estende anche all’arte che Cristiana ama moltissimo:« Già nel 2023 abbiamo partecipato a un’iniziativa bellissima organizzata dai giovani di Confindustria al Museo Diocesano di Brescia, Dalla fabbrica all’arte, nella quale 45 imprese hanno messo a disposizione di 13 artisti bresciani i loro prodotti – chi ha dato viti, chi posate, chi trucioli di alluminio – nell’intento di unire l’agire artistico all’agire manifatturiero a scopo benefico visto che le opere realizzate sono state poi vendute all’asta e il ricavato è servito per finanziare il restauro di una tela custodita nella chiesa dei Santi Nazaro e Celso. Il curatore era il critico Davide Dotti che ho conosciuto nell’occasione e che ci ha poi coinvolti come sponsor nelle mostre da lui organizzate ogni anno a Palazzo Martinengo. L’edizione 2025 ha visto come protagonista la Belle Époque e l’edizione 2026 il periodo Liberty».

Il portasalviette Mondrian a firma Lissoni.
Il portasalviette Mondrian a firma Lissoni.
  1. QUALITÀ DI VITA SUL POSTO DI LAVORO. Il punto di partenza di Cristiana è che «passiamo talmente tanto tempo nel posto di lavoro che è essenziale che sia, per quanto possibile, positivo e sereno, che possa stimolare e far esprimere a ciascuno il proprio potenziale perché è così che un’azienda cresce nel suo complesso. Per RBM è importante garantire ai lavoratori un equilibrio soddisfacente tra vita privata e vita professionale e gli strumenti per promuoverlo, oltre all’ormai classico smartworking per le posizioni che siano idonee, sono una policy dedicata alla genitorialità e i benefit più vari erogati in misura sempre maggiore. In altre parole, al lavoro ci devi andare volentieri». Senza dimenticare la formazione per accrescere competenze specifiche, non solo quella prevista per legge. L’obiettivo del wellbeing aziendale è stato raggiunto? Cristiana sorride: «In RBM sono tante le persone che sono entrate giovanissime e quando maturano la pensione sono ancora qua, forse è questa la risposta migliore. Perché qui non c’è solo meccanica, c’è anche umanità, nella più larga accezione della parola».

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