Ritratto di un Fondatore

Workout Magazine - Studio Chiesa communication

Business di famiglia: Workout magazine incontra Nazareno Sandrini di Sandrini Metalli

Il Dopoguerra nella Bergamasca non aveva nulla di romantico. Dimenticate la dolcezza delle riviere del lago d’Iseo, la magia dei borghi medievali con i loro castelli e le loro torri civiche, il fascino aspro dei picchi della val di Scalve e calatevi invece in un altro racconto, tra polvere di fonderia nell’aria, officine improvvisate nei cortili, camion militari riadattati a trasportare rottami, uomini che avevano conosciuto il fronte e ora imparavano a maneggiare torni e presse. Le cascine che convivevano con i primi capannoni bassi e rumorosi; l’odore della terra che si mescolava a quello dell’olio industriale. Non c’erano business plan, non c’erano incubatori. C’erano piuttosto fame, ambizione e una fiducia quasi ostinata nel fare.

Si lavorava con quello che si trovava. Si recuperava ferro, si aggiustava l’inaggiustabile, si rischiava senza chiamarlo rischio perché l’alternativa era una povertà senza orizzonte. Le banche erano caute, il capitale scarso e la burocrazia nemica come sempre. Eppure, in quella geografia di macerie e di speranze, prendeva forma un capitalismo domestico e testardo: famiglie che trasformavano un mestiere in impresa, con fratelli che si ripartivano i compiti, madri che tenevano insieme conti e casa e padri che spesso dividevano le loro giornate tra due lavori, uno fuori – da dipendente – e l’altro dentro le mura di casa, sottraendo ore al sonno nell’inseguimento di un sogno di riscatto.

Fu in quel momento che nacque una generazione di imprenditori destinata a cambiare il volto industriale del nostro Paese, oltre che di quel territorio. Visionari? Sì. Perché vedevano possibilità dove altri vedevano solo limiti. Perché intuivano mercati quando ancora non avevano nome. Perché investivano in macchinari che costavano quanto una casa, senza la certezza di reggere alla prima crisi. Erano figli di un tempo ruvido, dove la competizione era feroce e la sopravvivenza un esercizio quotidiano. Si decideva in fretta, si lavorava fino allo sfinimento, si pretendeva molto — da sé e dagli altri. L’autorità – oggi la chiamiamo leadership – non era ancora oggetto di analisi estenuanti, la si esercitava e basta. La parola data, una stretta di mano valevano quanto e più di un contratto, l’errore si pagava caro per non parlare della reputazione che una volta cariata non si risanava più.

Oggi, a distanza di decenni, quando si raccontano queste storie, il rischio è quello di addolcirle se non di mitizzarle. Di trasformare uomini dalla personalità complessa in rassicuranti icone della nostra modernità economica. La tentazione della «santificazione» è dietro l’angolo: l’imprenditore diventa allora il patriarca illuminato, il «padre buono» dell’industria locale. E qualcuno in effetti fu così. Ma i più non se lo potevano permettere. Dovevano essere tenaci, talvolta duri, spesso inflessibili. In quell’Italia che rinasceva dalle rovine della guerra, la gentilezza, l’umanità non bastavano: servivano coraggio, ambizione e una certa dose di spigolosità.

È dentro questa stagione – incredibilmente vitale e severa insieme — che muove i suoi passi Nazareno Sandrini, classe 1940. Prima di diventare ciò che è stato, prima di fondare un’azienda, che oggi – con il nome di Sandrini Metalli – vanta un fatturato di 141 milioni di euro e dà lavoro a 169 persone, era uno di quei ragazzi cresciuti con il rumore delle officine nelle orecchie, forgiati da un tempo scabro. La sua storia inizia a Piamborno, uno dei tanti paesi della valle Camonica che nei secoli avevano conosciuto solo i ritmi della campagna e che presto avrebbero aperto le porte all’industrializzazione.

L’Headquarter dell’azienda a Costa Volpino.
L’Headquarter dell’azienda a Costa Volpino.

Famiglia modesta e dignitosa, il padre da sempre operaio all’Ilva di Darfo – «aveva preso la medaglia per i 40 anni di lavoro lì dentro» racconta Nazareno –, la madre divisa tra le gravidanze e la cura dei figli, quelli che sopravvivevano perché su tredici, nove moriranno quasi ancora in fasce: «Si ammalavano che avevano magari un anno, un anno e mezzo. Di ciascuno di loro mia mamma conservava un mazzetto di capelli. Mio fratello, che ha sei anni più di me, è stato il primo a restare in vita».

Il fratello Vittorio. Un punto fermo con cui confrontarsi fin dall’infanzia, più brillante, più veloce o almeno così lo vive Nazareno che lo ammira, lo osserva, lo segue. Così, quando Vittorio decide di aprire un’officina – è il 1951 – non esita un attimo: ci lavorerà anche lui, farà il bòcia, l’apprendista, con la benedizione del padre che li spinge sulla strada del lavoro in proprio, forse perché vuole per loro una vita diversa da quella che ha vissuto lui. Tanto più che gli studi sono già stati abbandonati da tempo: Nazareno ha fatto le elementari e lì si è fermato. Sarà dopo qualche anno che deciderà di tornare sui banchi di scuola iscrivendosi all’Esperia, un’istituzione più che un istituto scolastico, una realtà formativa che a Bergamo ha sfornato decine e decine di tecnici specializzati. Non la finirà: lui vuole imparare soprattutto il disegno di macchine, ma i piani di studio includono materie che non gli interessano e metteranno la parola fine al suo slancio.

Foto storica di una linea di taglio in funzione (2005-2010).
Foto storica di una linea di taglio in funzione (2005-2010).

Ma stiamo correndo troppo, riavvolgiamo il nastro ascoltando Nazareno: «Mio fratello era bravo con i motori, ci sapeva fare con le mani e conosceva un po’ di disegno tecnico, abbiamo preso in affitto una stalla, l’abbiamo svuotata e abbiamo cominciato lì». Aggiustano biciclette che su quelle strade non asfaltate ne hanno sempre una. Qualche volta arriva anche un Galletto Guzzi giallo che accende l’ammirazione del giovanissimo Nazareno: va pulito e anche rifornito di benzina. Perché i due fratelli per un certo periodo affiancano la vendita di carburante alla manutenzione delle biciclette: la tengono in fusti fuori da una finestra, sfidandone i rischi. Presto però l’orizzonte dei loro lavori si amplia, con il ferro se la cavano bene, si scoprono fabbri e così cominciano a dedicarsi anche alla fabbricazione delle inferriate e ad altri piccoli lavori di carpenteria: «Partivo da Piamborno su una bicicletta che aveva un carretto attaccato dietro per venire alla Madonnina (nel territorio di Costa Volpino, n.d.r) a comprare le piattine in uno stabilimento che qualche anno fa ho voluto comprare e sistemare. Ancora adesso, tutte le volte che varco il cancello, penso a quel ragazzino che si sentiva le gambe tremare perché non sapeva mai se avrebbe avuto i soldi sufficienti per pagare la merce». In quel momento – siamo a metà circa degli anni Cinquanta – la loro è una società di fatto, si chiama Fratelli Sandrini di Vittorio e include, oltre a Nazareno e al fratello maggiore, una curiosa figura di maestro di scuola, Tiberti, che ripartisce la sua quotidianità tra l’insegnamento e altri lavori più o meno redditizi, si interessa anche un po’ dell’amministrazione pubblica e poi, negli anni a seguire, svanirà dall’orizzonte dell’azienda.

Questo sodalizio famigliare vedrà una prima incrinatura una ventina di anni dopo, ma nel frattempo è solido e si nutre del rispetto e della considerazione che Nazareno prova per Vittorio, che ai suoi occhi è sempre un passo avanti a lui e gode di un’indiscussa autorità. Ma in quel periodo non c’è solo il lavoro a occupare i suoi pensieri perché nel 1962 ha conosciuto, al matrimonio della sorella, una ragazza e se ne è innamorato. Lei si chiama Maria Zanotti ed è più giovane di un paio d’anni rispetto a Nazareno: «Quando l’ho vista – lei serviva ai tavoli – ho pensato: “Ma guarda che bella signorina”. Il giorno dopo sono andato a cercarla, lei era davanti all’oratorio con le sue amiche e io sono passato in macchina apposta, ma non mi ha parlato. Mi ha fatto un po’ tribolare prima di accettare di diventare la mia morosa». La sposerà quando Maria si sarà sentita sicura della serietà delle intenzioni di quel giovane. Che adesso, dopo sessant’anni passati fianco a fianco, sorride al ricordo. Poi accenna al fatto che «in un matrimonio entra un po’ di tutto», quasi a dire che la vita coniugale e famigliare non può essere sempre un idillio: alla sua non è stato estraneo il dolore, per la scomparsa prima di un figlio e poi di un nipote.

Macchinario per profilatura lamiera grecata (2005-2010).
Macchinario per profilatura lamiera grecata (2005-2010).

Gli inizi degli anni Settanta rappresentano sia per l’azienda che per la vita di Nazareno una sorta di spartiacque tra un prima e un dopo. Per l’azienda perché i due fratelli Sandrini traghettano da una condizione ancora pressoché artigianale a una dimensione in cui si comincia a parlare il linguaggio dell’industria: il loro mercato si è allargato così come la tipologia delle commesse, tant’è che decidono di fondare – siamo nel 1973 – una nuova società, la OLLS, acronimo di Officina Lavorazione Lamiere Sandrini per le attività nel campo della lattoneria. Serve anche un nuovo capannone che, in attesa di individuare un terreno dove costruirne uno di proprietà, viene intanto affittato, a Gianico, distante una decina di chilometri da Piamborno. A quel punto, si immagina per praticità, Vittorio e Nazareno decidono di ripartirsi operativamente le sedi produttive: il fratello maggiore resterà a Piamborno mentre Nazareno si occuperà di Gianico restando però sempre in una condizione di subalternità. Nemmeno negli acquisti Nazareno è autonomo, è Vittorio che gestisce tutto, parla con l’impiegata amministrativa di Gianico, controlla scrupolosamente tutti gli estratti conto, ogni entrata e ogni uscita, nel silenzio rispettoso del fratello minore.

Poi la disgrazia, che per un puro miracolo non costa la vita a Nazareno. È stato trovato finalmente, a Costa Volpino, il terreno per il capannone che dovrebbe sostituire quello preso in affitto a Gianico e i lavori sono quasi finiti quando – è il 2 luglio 1973 – Nazareno ha un incidente sul lavoro, cade da un tetto: quasi sei metri di volo e due mesi e mezzo di ospedale. Quando ne esce, quello che scopre gli toglie il fiato: Vittorio, nella convinzione che il fratello non sarebbe sopravvissuto, ha cambiato l’intestazione della società di Piamborno, che adesso si chiama Sandrini Vittorio S.r.l, estromettendolo di fatto. Poi di fronte alla reazione irata di Nazareno tornerà sui suoi passi, ma per la prima volta cala un’ombra sul rapporto tra i due fratelli. Senza però che il loro legame si spezzi: ancora adesso, quando Nazareno rievoca l’accaduto, nella sua voce non brucia il risentimento, ma vibra solo una nota di delusione. In quella circostanza l’innocenza dell’ammirazione di Nazareno sicuramente si crepò, ma non è mai venuto meno il rispetto, quasi che il fratello maggiore sia alla fine rimasto sempre una presenza fondativa a cui tendere, consapevolmente o meno.

Un sentimento sopravvissuto anche all’ultimo atto della loro unione lavorativa. Il 1986 è un annus horribilis per Nazareno: a novembre perde tragicamente il figlio e solo un mese dopo Vittorio gli comunica che vorrebbe dividersi societariamente da lui. Che molla sarà scattata nella sua mente per spingerlo a questa decisione? Forse, come si diceva all’inizio, non per «cattiveria» come rimarca Nazareno, ma per quell’istinto di sopravvivenza, quasi animale, che ogni imprenditore deve avere e che gli fa fiutare anzitempo una situazione di potenziale pericolo per l’azienda, quella di Piamborno che lui considera già sua al cento per cento perché se ne occupa quotidianamente. Avrà forse pensato che in mancanza di un erede maschio, le due figlie femmine di Nazareno non sarebbero state capaci di portare avanti l’attività. O forse nemmeno gli saranno venute in mente le nipoti, a quei tempi in tanti continuavano a dare per scontato che il luogo deputato delle donne fosse la casa. Lui invece di figli maschi ne ha tre e vuole blindare la successione. Difficile farsi dire da Nazareno quale tumulto di emozioni avrà provato in quel momento: si sarà intuito qualcosa da un lampo negli occhi, lo stesso che ancora oggi gli attraversa lo sguardo al ricordo. Lo scatto è di puro orgoglio: se così dev’essere, così sarà, ma senza indugi, strappare al più presto.

La sede di Costa Volpino nei primi anni 2000.
La sede di Costa Volpino nei primi anni 2000.

Si volta così una pagina sulla quale si era cominciato a scrivere più di trent’anni prima. Adesso al fianco di Nazareno non c’è più il fratello, ma la figlia Lorenza, entrata in azienda un anno prima. E naturalmente «la» Clara, la fedele segretaria, la persona che lui considera quasi un alter ego, con cui ha condiviso un’intera esistenza di lavoro e con la quale si intende anche senza parlare: «Era bravissima! Conosceva a memoria tutti i numeri di telefono delle persone con cui avevamo a che fare, a distanza di anni si ricordava anche di una riga su un documento. E forse ho fatto un errore a farla andare via». Sì, perché non molto tempo dopo l’ingresso in OLLS della seconda figlia di Nazareno, Michela, Clara si licenzia: qualche malalingua avrà pensato a una rivalità con le due sorelle, ma la realtà è quasi sempre più semplice e le ragioni di quel gesto vanno ricercate altrove, all’intersezione tra la preoccupazione del futuro in un’azienda ormai saldamente presidiata e l’esito positivo della partecipazione a un concorso. Comunque sia la coesistenza tra Lorenza e Michela non è senza spine, le due sorelle hanno caratteri diversi, ma entrambi forti e Nazareno, lungimirante, si rende conto presto che è meglio che una delle due trovi una strada diversa: «A Michela piaceva il mondo della moda, degli accessori. Così ho preso in affitto – e poi le ho costruito – un negozio di scarpe, di quelli con marche di lusso». Si ricostituisce la coppia padre-figlia, presto supportata dal genero, Pier Franco Damioli.

E l’azienda decolla. Nel 2001 nasce Sandrini Metalli: avrebbe dovuto chiamarsi Lattoneria Sebina, ma alla fine ha prevalso, forse anche inconsciamente, il desiderio di lasciare l’impronta familiare in modo indelebile, di «fare le cose in grande», come dice, ma senza prosopopea, Nazareno. I fatti gli hanno dato ragione: oggi Sandrini Metalli conta quattro stabilimenti produttivi tra Bergamo e Brescia, tra i quali l’headquarter di Costa Volpino (costruito nel 2000/2001 a un chilometro dal precedente stabilimento «storico»), e le sue attività si articolano in tre aree di business, Coils – specializzata nella riduzione, nel taglio e nella spianatura di coils metallici – , Building – focalizzata sulla produzione di lamiere grecate per coperture, rivestimenti e solai – e il fiore all’occhiello, Architecture – dedicata allo sviluppo di sistemi di facciata e copertura di alto valore estetico.

L’Arena Santa Giulia di Milano
L’Arena Santa Giulia di Milano, la cui copertura è stata realizzata da Sandrini Metalli.

La terza generazione si è già insediata, monca purtroppo del fratello Alberto, mancato prematuramente non tanti anni fa. Nazzareno (il nome cavalca le generazioni) e Federica, nipoti affettuosi, ascoltano con divertita rassegnazione il nonno sostenere che anche se meritassero dieci nel loro lavoro, lui attribuirebbe otto, è fatto così, è troppo esigente, con sé e con gli altri. Nella sua personalità si incontrano e si scontrano ruvidezza e bontà d’animo, senso della famiglia e dedizione al lavoro elevata all’ennesima potenza: «Nella mia vita la cosa più importante è stata sempre il lavoro. Se mi sono sentito in colpa perché così facendo trascuravo la mia famiglia? Sempre. Ma è così. Anche come nonno non sono stato granché e in quanto all’attenzione per il prossimo…beh lo dico sempre in confessione al prete che da quel lato sono carente». Nei rapporti con gli altri una sua dote è l’assenza di vendicatività. E sì che per lui, che considera il rispetto della parola data il faro dell’agire, «il tradimento» è la colpa più grave. Però «se qualcuno che si è dimostrato sleale, mi chiede poi scusa, riesco a lasciar perdere».

Altre due realizzazioni firmate Sandrini Metalli: la copertura del nuovo Palazzetto di Brescia e quella dello stadio di Bergamo.

Nonostante il successo dell’azienda nel campo dei rivestimenti e delle coperture metallici, dichiara il rimpianto di non aver sviluppato il business delle serrande, più complicato rispetto alle lamiere grecate, ma, dice, più redditizio: lo ha frenato la considerazione che tra i figli del fratello Vittorio c’è chi si è dedicato a quel prodotto, meglio non farsi concorrenza, proprio per il bene della famiglia. E se tornasse indietro nel tempo, forse sceglierebbe di fare l’impresario edile: è un’attività che ha affiancato negli anni ai metalli, lo appassiona ancora oggi, tanto da accendersi di entusiasmo per le iniziative che sono andate a buon fine – e che elenca con pignoleria orgogliosa – e rabbuiarsi al ricordo invece delle occasioni mancate. L’ultima domanda: di che cosa della sua vita da imprenditore è più orgoglioso? La risposta è immediata: «Di tutto quello che ho fatto».

Workout Magazine – Studio Chiesa communication

Post correlati

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Valentina Bausano, CFO di Bausano S.p.A.
Lo dichiarano orgogliosamente nel sito aziendale: nella loro filosofia lavorativa ogni progresso, ogni innovazione che mettono in atto si àncora tenacemente alla tradizione e all’esperienza maturate nei loro ormai ottant’anni di vita. Infatti Bausano S.p.A., leader nella progettazione e produzione di linee di estrusione per materie plastiche con la terza generazione della famiglia alla guida, è stata creata nel 1946, in quel fecondo momento del Dopoguerra in cui gli italiani si scoprirono, con successo, imprenditori.

 - 12 Febbraio 2026

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Cristiana Bossini, Vicepresidente e Amministratrice Delegata di RBM S.p.A
La domanda, lo so, è di quelle inusuali, un po’ sconcertanti perché, scommetto, non ci avete mai pensato. E attenzione: non sto parlando della letteratura d’impresa

 - 20 Gennaio 2026

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Costanza Musso, AD del Gruppo Grendi 1828
In principio erano i caravana. No, non è refuso anche se il termine è una palese corruzione della parola «carovana», a sua volta derivante dal persiano kārwān, a riprova

 - 18 Dicembre 2025

Post correlati

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Valentina Bausano, CFO di Bausano S.p.A.
Lo dichiarano orgogliosamente nel sito aziendale: nella loro filosofia lavorativa ogni progresso, ogni innovazione che mettono in atto si àncora tenacemente alla tradizione e all’esperienza maturate nei loro ormai ottant’anni di vita. Infatti Bausano S.p.A., leader nella progettazione e produzione di linee di estrusione per materie plastiche con la terza generazione della famiglia alla guida, è stata creata nel 1946, in quel fecondo momento del Dopoguerra in cui gli italiani si scoprirono, con successo, imprenditori.

 - 12 Febbraio 2026

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Cristiana Bossini, Vicepresidente e Amministratrice Delegata di RBM S.p.A
La domanda, lo so, è di quelle inusuali, un po’ sconcertanti perché, scommetto, non ci avete mai pensato. E attenzione: non sto parlando della letteratura d’impresa

 - 20 Gennaio 2026

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Costanza Musso, AD del Gruppo Grendi 1828
In principio erano i caravana. No, non è refuso anche se il termine è una palese corruzione della parola «carovana», a sua volta derivante dal persiano kārwān, a riprova

 - 18 Dicembre 2025

Hai già letto la nostra newsletter?

Ogni mese proponiamo contenuti sempre aggiornati su branding, digital marketing, sostenibilità e cultura di impresa. Workout Magazine è molto più di una newsletter: è uno strumento per allenare la mente, arricchire il pensiero e dare forma a nuovi talenti.

"*" indica i campi obbligatori

Nome
Privacy-Marketing*
Questo campo è nascosto quando si visualizza il modulo
Questo campo è nascosto quando si visualizza il modulo