Gestire le svolte

Workout Magazine - Studio Chiesa communication

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Debora Carabelli, Amministratrice Delegata di FADIS SpA

Carabelli. Quel nome, in cui mi ero imbattuta per caso, mi suscitava un’evanescente sensazione di familiarità. Difficile da afferrare, fluttuante nella memoria. Qualcosa di connesso all’infanzia. Sì, era una sorta di madeleine proustiana che non riuscivo a decifrare, a collocare in un contesto preciso ma che sapeva, in un modo tutto suo, di casa. Inspiegabilmente. Cosa c’entravo io con la realtà industriale, la FADIS, di cui la famiglia Carabelli è proprietaria e che produce macchine tessili?

Mi ha dato una mano la tecnologia. Internet ha coagulato i filamenti del ricordo attorno a un oggetto ben preciso: calze. Ma certo, il calzificio Carabelli, la marca preferita da mia mamma. Ne ho sorriso: su Ebay vendono una pagina ritagliata da una rivista che reclamizza «Calze e collant Carabelli». Era il 1986, tempi di sicuro non oscurantisti, eppure quella pagina sprigiona un sentore di peccato: una donna in body nero, tacchi alti e grande cappello rosso che le oscura completamente il volto, si sta agganciando una calza al reggicalze (dettaglio non indifferente: a quei tempi i collant avevano praticamente già soppiantato le calze). Mi sono chiesta se mia madre abbia mai visto quella pubblicità e se si sia mai identificata con una femminilità così sofisticata e audace. Credo di no.

Ecco, ma qual è il legame tra il Calzificio Carabelli e la FADIS? Me lo spiega Debora Carabelli, che di FADIS, appunto, è Amministratrice Delegata: «Entrambe le aziende sono state fondate, in tempi diversi, da mio nonno Giuseppe e sono coesistite per parecchi decenni. Anzi, le aziende erano tre: Calzificio Carabelli, FADIS e Mabu Jersey».

Andiamo con ordine. Il 1923 è l’anno di nascita del calzificio: «Le storie di famiglia raccontano che mio nonno, all’epoca un giovane meccanico che lavorava in una forgiatura, avesse incontrato un produttore di macchine per calze e si fosse a tal punto convinto delle prospettive di questo ramo di business da comprarne, indebitandosi, ben tre. Aveva al fianco solo mia nonna Rosa e la sua prima sede è stata un garage qui in Solbiate Arno».

Lo stabilimento FADIS a Solbiate Arno.

Stiamo parlando di calze di cotone e di lana perché le fibre sintetiche sarebbero apparse sul mercato molti anni dopo. E sempre in filati naturali erano i tessuti a maglia prodotti da Mabu Jersey, l’azienda che Giuseppe compra nel 1946: «Ci sarebbero successivamente entrate le mie due zie che hanno lavorato per grandissimi nomi della moda».

FADIS invece vede la luce nel 1960. È la risposta a un problema pratico del calzificio: come trasferire in modo ottimale il filo di cotone dalla matassa, dopo la tintura, alla rocca. Racconta Debora Carabelli: «C’era sul mercato una macchina che svolgeva questo passaggio, ma non con la qualità che mio nonno esigeva. Così aveva pensato di modificarla con l’aiuto del socio di allora, Armando Canton, che aveva un’officina meccanica». Vengono fatti più tentativi ma tutti falliscono finché Giuseppe non prende una decisione: la macchina «giusta» la costruiranno loro. Nasce così la Fabbrica Dipanatrici Solbiate, FADIS appunto.

Dalla realizzazione di una macchina al servizio del calzificio alla decisione di commercializzarla il passo è brevissimo come pressoché immediata è la decisione di allargare il campo della progettazione ad altri macchinari: «Subito dopo la dipanatrice mio nonno e il signor Canton sono passati a un’aspatrice, che serve a formare le matasse a partire dalle rocche, e la loro avventura è decollata». Con una vocazione all’esportazione esplicitata fin da subito con la presenza dell’azienda in una delle prime edizioni, negli anni Sessanta, di ITMA, la più importante fiera mondiale delle tecnologie tessili. Ancora adesso FADIS ha un florido mercato internazionale: vende in più di 70 Paesi del mondo inclusa la Cina – quello è il loro cliente più importante – dove è stata aperta una partecipata con funzione di assistenza tecnica.

Macchina dipanatrice.

Debora Carabelli riconosce il grande contributo che Armando Canton ha apportato storicamente all’azienda in termini di innovazione: «È a lui che dobbiamo tante migliorie nella nostra produzione. Però va detto che questa nostra attitudine è continuata anche dopo la sua uscita – avvenuta non tanti anni fa – dalla società: nel 2023, tanto per citare un esempio, abbiamo brevettato Leo Robot, un cobot (cioè un robot collaborativo) che automatizza con estrema precisione il carico e scarico delle rocche, un processo molto delicato». Oggi il testimone lasciato da Canton è stato raccolto dal fratello di Debora, che unisce la creatività alla conoscenza approfondita del mondo del tessile: «Le nostre macchine nascono in parte da nostre idee (come è stato Leo Robot) e in parte da collaborazioni con i clienti visto che la nostra produzione è spesso tailor made. Ciò che veramente ci contraddistingue è la velocità nel trovare soluzioni efficaci, che centrano le esigenze quasi sempre al primo colpo».

Leo Robot montato su una roccatrice.

Torniamo alla storia. Giuseppe ha quattro figli il maggiore dei quali, Danilo Carabelli, è il padre di Debora. Tutti entrano nella galassia imprenditoriale di famiglia che dopo la fortunata ascesa che l’aveva portata ad avere ben 1500 dipendenti, agli inizi degli anni Novanta ha una battuta d’arresto che si tramuterà presto in un tracollo. Ascoltiamo Debora: «Mio nonno è mancato alla fine degli anni Ottanta e proprio in quel periodo mio padre, che nella sua qualità di primogenito era diventato un po’ il cardine del gruppo Carabelli, aveva deciso grossi investimenti nel calzificio. Lo animava un ottimismo forse eccessivo, ma che era comprensibile visto che lui, nato nel 1931, aveva vissuto gli entusiasmanti anni del boom economico e della crescita imprenditoriale del Paese. Nessuno avrebbe potuto immaginare la devastante crisi economica che investì invece l’Italia proprio negli anni Ottanta». Danilo Carabelli si è indebitato, con più di una banca e in un momento in cui i tassi di interesse continuano a salire toccando il 16-17%. Il mercato è stagnante con un’inflazione fortissima che erode il potere di acquisto delle persone: in quel gorgo precipita il calzificio.

«Ricordo che nel 1992 – avevo 25 anni – mio padre mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha detto senza troppi giri di parole che eravamo tecnicamente falliti». Debora è poco più che una ragazzina ma è già qualche anno che lavora nel calzificio e a quella prospettiva si ribella: vuole salvare l’azienda e con il fratello Giuseppe si rimbocca le maniche con cocciutaggine, riportandola in un buon equilibrio. Ma le banche sono implacabili, Danilo Carabelli non riscuote più la fiducia di prima e il finale appare presto evidente: l’azienda deve essere venduta. Continua Debora: «Quello che mi fa più rabbia è che chi è subentrato ha poi portato il calzificio in bancarotta fraudolenta nei primi anni Duemila trascinando con sé dipendenti e fornitori. Sono stati anni di assoluto dolore per me, che pure per indole guardo sempre avanti, e per la mia famiglia, soprattutto mio padre che, come tutti gli imprenditori di vecchio stampo, viveva la situazione come un’onta. È stato difficile anche per mia madre che negli ultimi tempi era entrata nella gestione dello spaccio, le piaceva e se la cavava benissimo nonostante prima non avesse mai messo piede in azienda. Si lavorava tutto il giorno e poi la sera si passavano ore dal commercialista a cercare soluzioni».

Lavorazioni meccaniche automatizzate.

La maggiore delle sorelle lavorava già da tempo in FADIS e la minore era invece in Mabu Jersey. È qui che Debora decide di entrare, dopo un paio di mesi di improbabile occupazione come giardiniere, forse in una sorta di disintossicazione dal terribile mood aziendale che stava cercando di lasciarsi alle spalle. Purtroppo si rende ben presto conto che anche lì la situazione non è prospera: «Era il momento del boom della Cina: i grandi stilisti venivano da noi, ci facevano fare le campionature e poi andavano a comprare là. L’azienda era diventata un pozzo in cui mio padre gettava inutilmente un sacco di soldi finché ho detto basta. Non c’era futuro, la strada da percorrere era la messa in liquidazione». Inizia così quella che Debora chiama «una grande lezione di vita».

«Abbiamo chiuso Mabu Jersey in un modo che potrei definire impeccabile. I dipendenti sono stati liquidati al 100%, li abbiamo avvisati con congruo anticipo esplicitando che avrebbero avuto tutto quanto spettava loro, non un centesimo di meno. Con i fornitori il discorso era diverso: non c’era la possibilità di saldarli completamente, sono andata di persona a trattare con ognuno, trovando, devo dire, sempre interlocutori comprensivi. D’altra parte purtroppo il quadro era chiarissimo: se non avessero accettato il concordato extragiudiziale, avrebbero rischiato di perdere tutto, così, qualcosa avrebbero recuperato. Se c’è stato astio verso di noi per ciò che è accaduto? Probabilmente in qualche caso sì, ma non poi così tanto. Anche perché del fallimento del calzificio non siamo stati responsabili e nella chiusura di Mabu abbiamo agito con correttezza totale. Un’altra cosa che ho imparato? Che si sbaglia spesso nel giudicare le persone: alcune di cui pensavo avrebbero detto peste e corna di noi si sono rivelate equanimi, non così invece altre che ritenevo molto legate alla mia famiglia. C’è ancora affetto e stima nei nostri confronti: mai ho trovato qualcuno che mi rinfacciasse questi eventi, ancora oggi incontro anziani dipendenti, in pensione ormai da tanti anni, che mi fanno un sacco di feste e si ricordano di me bambina».

La terza generazione Carabelli: da sinistra a destra, Debora, Raffaella, Giuseppe, Elena.

Mi sembra che a Debora non piaccia dilungarsi sulle storie di famiglia, quelle più personali almeno: c’è stato uno zio, il fratello di Danilo, uscito presto dall’azienda e di cui si accenna solo marginalmente, dei genitori viene soltanto detto che sono stati straordinari pur nella loro specificità, un padre dal temperamento difficile, che non “regalava nulla, ma che ha sempre avuto fiducia in noi, maschi e femmine indifferentemente”, una mamma di nazionalità e carattere svizzeri «una donna forte, che ha tenuto unita la famiglia senza essere appiccicosa». Non è che dia molto nemmeno su di sé. Racconta di aver frequentato la Scuola Europea di Varese, il che le consente di padroneggiare tre lingue, ma poi di aver evitato l’Università perché studiare non le piaceva. Un anno in Inghilterra e poi ingresso, appunto, nel calzificio «a 18 anni e 9 mesi». Torna invece spesso a sottolineare come la forza di Fadis stia nella famiglia, «noi quattro fratelli e mia cognata. Siamo veloci, snelli, non abbiamo bisogno di grandi incontri o riunioni che spesso servono solo a perdere tempo. Ci parliamo anche nei corridoi, così, in modo molto diretto e informale. Tutti stakanovisti, anche se ci diciamo reciprocamente che dovremmo fermarci ogni tanto, magari per goderci i risultati di una trattativa importante andata in porto o qualche momento positivo. Questo mondo ci porta a pensare sempre al dopo, mentre è bello ogni tanto calarsi nel presente».

L’interno dello stabilimento.

Quindi: com’è il presente di FADIS? Occorre tornare al punto di partenza: FADIS, con sede in Solbiate Arno, produce macchinari, in particolar modo roccatrici, per la lavorazione dei filati di qualunque tipologia, fibra di carbonio inclusa. «Siamo un’azienda smart – precisa Debora Carabelli – che nel 2017, in concomitanza con l’introduzione del primo iperammortamento, ha deciso di investire nei magazzini automatizzati. Prima di allora eravamo ancora alla miriade di cassettini tra i quali i magazzinieri si muovevano affannosamente alla ricerca di questo o quel pezzo. Un disastro. Con l’automatizzazione dei magazzini – che adesso sono quindici – sono arrivate precisione, organizzazione e velocità: se, per esempio, oggi ricevo un ordine per cinque pezzi di ricambio, in tempo reale vedo se ci sono e mi attivo per farli avere al cliente. Una volta credevi di averne venti, andavi a vedere nei cassetti e magari scoprivi che non ce ne erano. Abbiamo poi riorganizzato tutti i nostri processi produttivi con l’introduzione di macchinari robotizzati, interconnessi con gli altri sistemi di fabbrica. Questa rivoluzione l’abbiamo poi applicata anche alla nostra produzione: macchine più user friendly, con funzionalità nuove, tutte touch screen con grafiche intuitive, in grado di interconnettersi con i sistemi ERP dei clienti.

I magazzini automatizzati.

L’intelligenza artificiale? «La sto studiando» Debora sorride, non la si coglie impreparata. «Ho fatto anche un corso alla LIUC di Castellanza e ho cominciato presto a chiedermi dove applicarla in azienda. Ho già delle ipotesi, io in questo momento la utilizzo per ricerca dati, per l’analisi dei mercati e una prima valutazione di contratti particolarmente lunghi e complicati. La tecnologia mi piace, sono incline a usarla, ma nello stesso tempo in tanti campi sono un po’ vecchia scuola e l’elemento umano è ancora per me importante. Per esempio sono convinta che per vendere devi andare fisicamente dal cliente, visitare la sua azienda, mostrare “che ci sei”».

FADIS è anche un’azienda «made in Italy»: «Significa che tutti i componenti delle nostre macchine, a eccezione di alcuni componenti elettronici, sono realizzati internamente. È stato un cambiamento epocale in cui abbiamo investito tantissimo a partire dal 2016, prima facevamo fare molto all’esterno e noi ci limitavamo a qualche rifinitura o alle campionature. Anche la progettazione è interna, così come il montaggio». Alla domanda se sia così importante essere made in Italy nel loro settore, Debora non ha esitazioni: «Sì lo è. Perché ciò che è made in Italy è ancora riconosciuto come un prodotto di alto livello». A questo FADIS aggiunge una sensibilità culturale profonda che nasce dalla lunghissima esperienza di vendita worldwide: «Sappiamo come approcciare i nostri interlocutori, senza arroganza, senza cercare di imporre i propri schemi mentali e sapendo che ogni Paese ha le sue consuetudini. Che se le rispetti otterrai rispetto».

E poi FADIS è green, fin dalle origini: «Il nostro primo impianto fotovoltaico risale al 2011. Non era un momento economicamente florido, anzi, ma dovevamo rifare il tetto della fabbrica perché era in eternit. È stato mio padre, che era avanti anni luce su tante cose, a pensare di approfittare di questa occasione – c’erano i primi incentivi statali – per passare al solare. E si consideri che noi non siamo energivori, ma abbiamo sempre ritenuto che le nuove tecnologie che arrivano sul mercato vadano sfruttate. Così oggi copriamo il 50- 60% del nostro fabbisogno grazie al fotovoltaico». Gestione sostenibile degli imballaggi, presenza dei compattatori, tanti dettagli mostrano un’attenzione agli obiettivi ESG che, dice Debora «per noi sono normali da tanti anni mentre altre aziende cominciano adesso».

L’impianto fotovoltaico dello stabilimento.

In più FADIS ha aderito a Sustainable Techonologies, un progetto di ACIMIT (Associazione Costruttori Italiani di Macchinario per l’Industria Tessile) che impegna le imprese tessili a ridurre l’impatto energetico e ambientale dei propri macchinari: «Per quanto ci riguarda, ciò significa che nel costruire una macchina la dotiamo di tutti quei sistemi che consentiranno poi al cliente di risparmiare energia. Non solo, le nostre macchine hanno un’eccezionale durabilità e i materiali che le compongono possono essere riciclati all’ottanta per cento».

Le radici nel territorio, tenaci e convinte, si tramutano anche in impegno nei confronti della comunità: «Mio nonno è stato sindaco di Solbiate Arno, mio papà presidente di Confindustria Varese e promotore della nascita della LIUC di Castellanza, mia sorella Raffaella presidente di ACIMIT, io sono consigliera comunale a Solbiate Arno e presidente onoraria di AVIS. Come azienda cerchiamo di affiancare le scuole anche se purtroppo qui in paese si arriva solo alle medie, per le superiori bisogna andare a Gallarate. Aderiamo volentieri agli Open Day promossi da Confindustria e ogni anno almeno 5-6 ragazzi svolgono qui gli stage scolastici».

Debora guarda alle nuove generazioni con curiosità non scevra di un pizzico di scetticismo: «I giovani ci portano entusiasmo e freschezza e ci spingono a uscire dalle nostre comfort zone perché ci mettono in discussione quando ritengono che stiamo sbagliando, ci fanno riflettere su cose che talvolta diamo per scontate. Il punto debole? Tengono molto al work life balance, ma al contempo esigono chiari percorsi di carriera e le due cose possono confliggere». Comunque la sua convinzione è che i risultati migliori si ottengano quando età diverse cooperano in vista di un risultato. Per lei vale lo stesso nell’annoso dibattito se le donne siano più o meno brave degli uomini nel mondo del lavoro: «Sono due modi diversi di affrontare le diverse situazioni. A mio parere è solo quando si riescono a unire i due approcci che si ottengono grandi risultati. Alla fine è anche la nostra ricetta vincente».

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