190 anni a colori

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190 anni a colori

Heritage al femminile:
Workout magazine incontra Andreina Boero

Il 28 ottobre 2004 ad Andreina Boero, oggi Presidente Onorario del Gruppo Boero – che in Italia è leader nella produzione di pitture per edilizia e yachting – e ai tempi Amministratore Delegato dell’azienda, viene conferita la laurea honoris causa in Economia e Commercio dall’Università di Genova, la città dove è cresciuta e dove ha sede legale l’impresa. La prolusione che pronuncia in quell’occasione ha un titolo, La quadruplice radice del principio di una lunga vita di una impresa, che avrà fatto alzare il sopracciglio a molti: il rimando al titolo del trattato con cui Schopenhauer si laureò nel 1813 a Jena non solo è immediato, ma è anche dichiarato. Temerarietà? Presunzione? Niente di tutto questo. Anzi, Andreina Boero sottolinea la sua “pochezza al confronto della statura di Schopenhauer”, ma nello stesso tempo sembra rivendicare il diritto a un approccio ironico, che non vuole sminuire l’importanza dell’evento e che semplicemente è una delle caratteristiche di questa “signora delle vernici” (così talvolta la chiamano), pacata, decisa e con uno spiccato senso dell’umorismo che non deborda, ma si intravede, quasi in filigrana, quando parla.

La scelta di quello scritto di Schopenhauer non è affatto casuale. Semplificando al massimo perché lo sbadiglio è sempre in agguato, in La quadruplice radice del principio di ragion sufficiente il filosofo parte dalla considerazione che “nulla è senza ragione del suo essere”, cioè che ogni cosa ha una causa conoscibile, il cosiddetto “principio di ragion sufficiente”, e che tale principio assume quattro forme che sono poi le quattro modalità con le quali esso si specifica nella nostra vita. Il “fenomeno” che Andreina Boero prende in esame è la longevità della sua impresa – a oggi più di 190 anni – e di questa eccezionale durata nel tempo vuole darne una lettura razionale individuandone quattro cause. A distanza di quasi un ventennio, quel discorso resta di un’attualità affascinante, è una lucida lezione che dovrebbe far riflettere chi considera l’imprenditorialità come un fatto puramente finanziario: incarna i principi della buona cultura d’impresa, su cui oggi si sprecano fiumi di inchiostro e parole, ma che ai tempi erano un’attitude intessuta nel DNA, o li avevi – come Andreina, suo padre, il nonno e prima ancora il bisnonno – o non li avevi. E allora ripercorriamoli alla luce della storia del Gruppo.

1. L'attaccamento al luogo di origine

Andreina Boero ci riceve nel bel palazzo, impreziosito da stucchi e colonne, che ospita gli uffici nel pieno centro di Genova. “È stato costruito nel 1929 da mio nonno. Lui “soffriva” di quello che qui si chiama mâ de pria, il male della pietra, aveva la smania di costruire, così quando ha intercettato questo terreno, l’ha subito comprato chiamando poi il miglior architetto genovese del tempo, Angelo Crippa, a progettare l’edificio. Le ambizioni di mio nonno erano alte, ma non così le sue disponibilità economiche, inevitabilmente i lavori rallentarono e ci sarebbero voluti parecchi anni per concluderli”. All’inizio il palazzo viene dato in affitto, ma al sorgere del nuovo millennio gli uffici Boero, allora in piazza della Vittoria, vi si trasferiscono per ragioni di spazio. Andreina oggi occupa l’unica stanza rimasta come era in origine: elegante, con le pareti dipinte – questo in tempi più recenti – di un bel rosso pompeiano (“Le tinte calde sono le mie preferite”) e le finestre ancora con gli infissi in legno dell’epoca (“Sono piene di spifferi, ma non mi importa, voglio tenerle così”).
Genova è la terra della Boero: in questa città l’impresa è nata e poi ha prosperato senza perdere mai di vista quel porto che dava lavoro e favoriva l’allargamento del mercato in territori lontani della nostra penisola: “Circola in famiglia la leggenda che siamo arrivati in Sicilia prima noi di Garibaldi” scrive Andreina nel suo discorso e si avverte in queste poche parole un orgoglio appena temperato dall’accenno al fatto che appunto potrebbe trattarsi di leggenda. Sta però di fatto che dal momento in cui l’azienda venne fondata, nel 1831, da Bartolomeo Boero, fino a quando lo stabilimento, nel 2009, è stato trasferito al di là degli Appennini, a Rivalta Scrivia, Boero ha sempre fatto di tutto per restare nella città del cigno, lo stesso che da quasi un secolo esibisce la sua genovesità nel logo aziendale. La prima sede è via San Nazaro, nel quartiere di Albaro: “un capannone dove veniva macinata e preparata la biacca, ai tempi l’unico pigmento bianco esistente”. Due operai, un cavallo e un carro: questo è il ritratto dell’azienda ai suoi inizi. Ma l’attività prospera ed ecco che avviene il primo trasferimento, poco lontano, in via della Vespa. Erano zone allora poco urbanizzate, collinari, amate dai genovesi benestanti che lì avevano il loro buen retiro, ma destinate a essere rapidamente assorbite nel tessuto infrastrutturale cittadino. E difatti, nel 1907, la necessità di espandersi della Boero, entrata in collisione con l’allargamento della città, porta Filippo, figlio di Bartolomeo e nonno di Andreina nonché figura di imprenditore a tutto tondo che inventa nuovi macchinari e trasforma l’azienda in un colorificio vero e proprio, a costruire a San Martino un nuovo stabilimento. “Di lui non ricordo nulla” confessa Andreina Boero che invece conserva una memoria, sia pure vaghissima, dell’inaugurazione del successivo stabilimento, nel 1958 a Molassana. A quel tempo a capo dell’azienda sono i figli di Filippo, Federico (il padre di Andreina Boero) e Gigi, mentre, come era abituale, l’unica figlia femmina ne era stata estromessa: “Era in gambissima e molto moderna per i tempi” racconta Andreina – e nella voce risuona una nota di rincrescimento per quella che era la sorte delle donne in tante famiglie imprenditoriali nel secolo scorso – “Alla fine si è occupata di volontariato”.
Ad Andreina toccherà farsi carico dell’ultimo trasferimento, quello appunto nel Tortonese: “Lasciare Genova è stata una scelta traumatica – confessa –, un grandissimo dispiacere, ma non si poteva fare altrimenti, qui non avevamo trovato terreni che facessero al caso nostro, e oggi benedico questa scelta perché gli spostamenti per e da Molassana sono diventati impossibili, ci si mette un sacco di tempo…”.

Lo stabilimento di San Martino in una foto storica.
Uno sguardo al passato di Boero: prodotti storici e i vecchi stabilimenti.

Se ho dedicato tanto spazio ai vari trasferimenti dello stabilimento Boero è perché balza evidente la pervicacia della famiglia nel voler restare attaccati a una regione così ostica dal punto di vista logistico, stretta com’è tra mare e montagna. Andreina scrive nel suo discorso che sia il padre sia lo zio, al momento della costruzione dello stabilimento di Molassana, non potevano certo ignorare che quel luogo sarebbe stato “a termine” e avrebbero potuto già allora scegliere di proiettare altrove il progetto della nuova sede. Ma non lo fecero. E il perché le è chiarissimo: “Centoventicinque anni vissuti nella stessa città volevano dire molte cose: ad esempio famiglie che lavoravano nel colorificio da quattro generazioni, clienti che conoscevano l’azienda come entità fisica da tempo immemorabile. Volevano dire soprattutto rapporti stretti e privilegiati con le istituzioni di una città assieme alla quale si era cresciuti. Un legame forte, difficile da tagliare senza perdere qualche cosa della propria identità”. E Andreina non ha dubbi che l’attaccamento alle proprie radici abbia contribuito alla solidità e alla longevità dell’azienda.

Prima di passare alla “radice” successiva, per tornare al titolo della prolusione, è arrivato il momento di parlare un po’ di più della protagonista di questo racconto. Andreina non è figlia unica di Federico Boero, ma lo diventa purtroppo presto perché la sorella, colpita da una grave malattia, muore nel ’53. Studi classici dalle suore, un pezzo di Economia e Commercio e poi il matrimonio e quasi subito una figlia, in un copione abbastanza scontato nelle famiglie della buonissima borghesia del tempo. Ma Andreina gli cambierà il finale o forse è la casualità della vita che le darà una nuova parte. “All’inizio non mi occupavo dell’azienda, vi sono entrata molti anni dopo, quando mia figlia era già grande, con la carica di Vicepresidente, affiancando mio padre senza avere ruoli operativi”. Già, il padre, figura amatissima da Andreina, definito alla sua morte – agli inizi degli anni Novanta – dai giornali “imprenditore gentiluomo, manager attento e appassionato di cultura”. Certamente un personaggio carismatico, eclettico, vulcanico: affiancava alla sua vita lavorativa in azienda l’impegno politico (entra nel consiglio comunale nel 1953, poi diventa assessore alle Belle Arti e all’Economato e approda infine alla vicepresidenza della Regione) e la scrittura di libri sulla sua Genova, ma non solo, anche di poesia e narrativa. “Quando è morto improvvisamente a 80 anni, durante una vacanza, a nessuno sembrava possibile tanto era giovane di testa, ancora coinvolto in tutto, vivacissimo”. Una successione non era stata pianificata e così Andreina si è trovata di colpo a un bivio: continuare o lasciare. “Ho avuto molte proposte di acquisto, ma non ero convinta, volevo aspettare un po’, provarci insomma”. Da allora sono passati trent’anni di successi.

2. La capacità di adattarsi ai tempi

Scriveva Andreina nel suo discorso: “Nei cromosomi della nostra azienda si è insediata naturalmente la convinzione che, per vivere a lungo, non basta che un albero sia solido. Deve anche essere flessibile”.
Flessibilità vuol dire innanzitutto innovazione continua e continuo allargamento: “Abbiamo cominciato utilizzando una sola materia prima, la biacca. Oggi il nostro laboratorio gestisce oltre 500 tipi di materie prime che usiamo contemporaneamente e che provengono da tre continenti” continua.
A un ventennio da quello scritto, cosa è accaduto nell’azienda? Tantissimo. Molte acquisizioni innanzitutto: Attiva, Brignola, Rover sono alcuni dei marchi, tra l’altro storici, che sono entrati a far parte della “famiglia” Boero. Poi diversificazione: già alla fine degli anni Sessanta all’Edilizia si era affiancato il settore Yachting, in cui l’azienda è diventata negli anni leader mondiale per i prodotti vernicianti destinati alla nautica ottenendo molte soddisfazioni (è anche partner tecnico di Giovanni Soldini a cui fornisce l’antivegetativo per il suo trimarano Maserati Multi 70). Ricerca: incentrata sempre più sulla sostenibilità (“per andare avanti dobbiamo riuscire a migliorare in continuazione i nostri prodotti pur rispettando le regole, giustamente sempre più severe, dell’ecologia” si legge nel discorso). Ed ecco perciò i prodotti, ancora sperimentali, che vedono il Polo di Ricerca Boero affiancato a Università e associazioni per la realizzazione di vernici sempre più performanti ma nel contempo più green: per fare un esempio di grande successo mediatico, all’Expo 2020 di Dubai gli interni del padiglione Italia vennero dipinti con pitture ecocompatibili nelle quali i pigmenti tradizionali sintetici erano sostituiti da altri naturali, derivati dall’alga Spirulina che conferisce suggestive tonalità blu-verdi. Ma è stato anche sviluppato un progetto, insieme all’Istituto Italiano di Tecnologia, per realizzare pitture da interni che incorporano microparticelle di bioplastica ricavata da scarti alimentari vegetali: sono le Green Paints che rappresentano così un modello di virtuosissima economia circolare dalle prospettive ampie anche in termini di creazione di nuove filiere produttive oltre che di risparmio dei costi di smaltimento dei rifiuti.
E d’altronde, ci tiene a sottolineare Andreina, in Boero si è cominciato a parlare di ecologia più di quarant’anni fa, con suo padre che aveva lanciato sul mercato le pitture ad acqua, molte più salubri rispetto a quelle a solvente.

Il padiglione Italia a Dubai EXPO 2020.
L’alga Spirulina ha sostituito i pigmenti sintetici nelle vernici utilizzate per gli interni del padiglione Italia a Dubai EXPO 2020.

Analogamente i prodotti destinati al settore yachting oggi vogliono essere più rispettosi degli ecosistemi marini: si inscrive in questa logica la partnership con Water Foundation Revolution, istituzione olandese che raggruppa alcuni dei grandissimi marchi del mondo dei superyacht e che si prefigge di limitare l’impatto di questa industria sull’ambiente, nel caso di Boero con lo studio di prodotti antivegetativi meno tossici per gli organismi acquatici.
Ricerca significa anche trovare per l’edilizia nuove soluzioni più safe: così il catalogo dell’azienda ormai annovera pitture batteriostatiche e quindi igienizzanti, altre ipoallergeniche e altre ancora fotocatalitiche autopulenti e antismog in grado di “catturare” dall’aria le particelle dannose e di degradarle in composti innocui.
Infine la capacità di adattarsi ai tempi significa saper scegliere le giuste strategie per continuare a far prosperare l’impresa. E infatti nel 2021 viene siglata l’unione con la portoghese CIN che ha acquisito la maggioranza di Boero, anche se quest’ultima ha conservato una quota significativa. Non siamo in un momento storico da “one firm show”, al contrario la tendenza all’accorpamento e alle fusioni è sempre più spinta in nome di una maggiore competitività ed effettivamente l’alleanza ha consentito al Gruppo di collocarsi fra le 40 più grandi aziende al mondo del settore. Andreina Boero è serena sul fatto che questa decisione non abbia influito nemmeno lontanamente sull’identità della Boero. “CIN è un’azienda molto simile a noi: è centenaria, è famigliare, ha gli stessi nostri principi. In più volevano un’azienda che fosse espressione del Made in Italy, quindi avevano e hanno tutto l’interesse a farci conservare i nostri valori e la nostra identità. Il nostro management è rimasto al timone, io stessa sono sempre qua come Presidente Onorario. L’accordo con CIN, che faceva gola anche a parecchie multinazionali, è stato fatto più per tutelare l’impresa che per interesse economico”.

Le giornate di Andreina Boero in questa sua “nuova” veste sono molto dense, si occupa dei rapporti con la stampa, con le istituzioni, con i clienti: “I legami sono preziosi per noi: pensi che ci sono clienti che, se devono lamentarsi di qualcosa, chiamano me! Molti li conosco di persona, li vado a trovare, ci si scambia gli auguri di Buon Natale. E se poi, quando sono in giro, vedo un negozio Boero, cerco sempre di entrare per parlare con il proprietario”. È la profonda differenza tra un’azienda famigliare e una multinazionale e rappresenta la terza “radice”:

3. L’attenzione al fattore umano

Che poi significa clienti da una parte e collaboratori interni dall’altra. Riguardo ai primi, leggiamo nella prolusione due citazioni, una del nonno e l’altra del padre di Andreina Boero. Il primo consigliava: “dategli (ai clienti, n.d.r) della roba buona, il nome viene prima del profitto”; il secondo: “Il cliente è un amico, trattatelo da amico”. La stessa attenzione e lo stesso rispetto vanno ai dipendenti perché “tra loro ce ne sono molti dei quali il padre, il nonno e il bisnonno hanno lavorato per tutta la vita da noi”. È una fedeltà reciproca che si estrinseca per esempio nel bassissimo turnover dell’azienda e nel clima sereno che si vi respira. Ce lo conferma il direttore dello stabilimento, Michele Piscitelli, che aggiunge: “Andreina Boero sa trasmettere agli altri la sua passione per l’azienda”. Un’empatia che nasce dal “considerare la propria azienda non solo come una fonte di reddito, ma come un’entità che, nel tempo, influenza, nel bene e nel male, le persone che la circondano”. La citazione è di Padoa Schioppa, ma si capisce che per Andreina esprime un concetto profondamente vero.

Boero ha inciso beneficamente sul territorio anche affiancandosi ai Comuni nella tutela del patrimonio edilizio storico di molti borghi, soprattutto liguri, attraverso i Piani colore, con i quali, in accordo con le Sovrintendenze, viene normata la scelta dei colori delle facciate degli edifici. Il lavoro è impegnativo e complesso: si tratta di individuare le cromie originarie, impresa non sempre facile visto che nel corso del tempo alle facciate si mette mano più volte, per andare poi a creare delle palette di tinte armoniche tra loro che saranno applicate alle costruzioni già esistenti come a quelle nuove. Ovviamente i colori devono “parlarsi” con la tradizione locale che a sua volta è legata alle specificità geografica e geologica di quel territorio. In questo modo si riescono a valorizzare e a riqualificare contesti urbani a vantaggio della collettività di cui vengono rispettate storia e sensibilità. E laddove questi interventi si applicano anche alle periferie, come nel caso di Rapallo, si comprende bene come non siano solo abbellimenti estetici, ma abbiano molto a che fare con il vivere meglio, grazie a un contesto improntato alla bellezza.

Dettagli del Progetto Colore per Rapallo.

Il concetto di funzione sociale del colore si ritrova anche in un progetto, sponsorizzato da Boero, il cui obiettivo è quello di migliorare la vivibilità di un “ecomostro” genovese: il complesso delle “Lavatrici” di Prà. Quattro edifici per un totale di 370 appartamenti di edilizia popolare che devono il loro nome alle lastre di cemento con un cerchio vuoto al centro (simile a un oblò di lavatrice) collocate nella parte bassa della facciata, un’estetica discutibile (ed effettivamente molto discussa) che si è accompagnata nel tempo a un forte degrado degli immobili sul quale non si è intervenuti. Il progetto attribuisce a ognuno dei blocchi di costruzioni un colore, articolato su sfumature diverse per le differenti parti comuni, con l’intento di attenuarne l’impatto paesaggistico, oggi parecchio tetro, e, sì, anche quello psicologico. Perché Andreina Boero è assertrice convinta dell’influsso positivo che i colori hanno sulla psiche e addirittura sul loro valore terapeutico di supporto ad altre terapie tanto che con l’Università di Genova ha avviato progetti di studio sui colori più adatti per scuole, ospedali e residenze per anziani.

E sempre parlando di riqualificazione urbana non si può non citare il sostegno dell’impresa alle opere di street art che hanno visto protagonisti alcuni degli artisti di murales più noti in ambito nazionale e internazionale. È il caso di Repicta, opera collettiva che ha cambiato il volto della sopraelevata Aldo Moro con un caleidoscopio di geometrie multicolori, delle visioni di Magazzino41 che “alleggeriscono” tante vie di Genova e di molte altre opere “disperse” nelle città italiane.

Cyberpunk Parrot, il murale realizzato a Milano da Alessandro Breveglieri con le vernici assorbi-smog di Boero.
Un dettaglio del murale Restituire al Mare dipinto a Marina di Ravenna, nell’ambito della campagna 30x30 Italia, da Daniele Nitti.

4. Una forte idea della propria identità

La quarta radice è quella che ogni azienda dovrebbe avere e seguire nel proprio agire quotidiano. Non lo si ribadirà mai abbastanza: una solida identità è un asset competitivo formidabile perché consente di distinguersi nel mercato, rafforza la credibilità e la reputation e in questo modo diventa chiave di volta di un successo duraturo. Si accompagna all’orgoglio di appartenenza che secondo Andreina Boero è “elemento essenziale per sentirsi stimolati al meglio”. Lo si capisce bene visitando lo stabilimento di Rivalta Scrivia, 135.000 metri quadrati all’avanguardia a livello europeo, con una forte automazione, in grado di gestire 7000 referenze all’anno con 31 linee di confezionamento, 120.000 litri al giorno di prodotto, potenzialmente incrementabile. Michele Piscitelli, che ne è, come già detto, il direttore, ci illustra i due reparti per le produzioni all’acqua e al solvente, con toni e parole che fanno pensare, più che a un dirigente d’impresa, a un padre di famiglia, tanta è la fierezza che si avverte quando racconta le caratteristiche degli impianti e l’iter di lavorazione dalle materie prime (stoccate in un magazzino che conta 20 serbatoi da 80 metri cubi per le polveri sfuse) al prodotto finito e confezionato che sarà poi avviato al Polo Logistico per essere poi spedito nel mondo, un processo gestito in ogni passaggio da un’avveniristica sala controllo dove la tecnologia non esclude l’uomo ma interagisce con esso. Qui l’uomo, anzi l’individuo conta ancora, le facce sorridenti che incrociamo lo testimoniano più di tante parole.

Andreina Boero di fronte allo stabilimento di Rivalta Scrivia.

La prolusione di Andreina Boero si chiude con una citazione da un poema medievale opera di Bernardo di Morlay: è una riflessione sulla transitorietà di tutto ciò che accade, di cui alla fine resta solo il nome. Quello è davvero indelebile. Capisco la scelta di questi versi: una buona impresa mette il proprio nome sopra tutto. È la filosofia della Boero, la filosofia di Andreina.

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