Visioni: Workout magazine incontra Luciana Ciceri, Presidente A.P.I. (Associazione Piccole e Medie Industrie)
Che cosa si può chiedere ad A.P.I.? «Qualunque cosa!», risponde sorridendo Luciana Ciceri, che dell’Associazione è Presidente. «Siamo una vera e propria “fabbrica di soluzioni”, così ci definiamo. Grazie alla professionalità dei funzionari associativi, alle partnership con istituzioni, università ed enti, affianchiamo le imprese in tutti gli ambiti: dagli aspetti normativi, contrattuali, fiscali e societari alla cybersecurity, dalla comunicazione alla sostenibilità e all’innovazione. Il nostro obiettivo è offrire risposte efficaci anche alle problematiche più complesse. Un esempio concreto? Vuoi installare un impianto fotovoltaico e non sai da dove cominciare? Chiedilo ad A.P.I. Hai un problema legato alla sicurezza sui luoghi di lavoro? Il nostro Servizio Ambiente Sicurezza Qualità ti mette a disposizione una consulenza specialistica, direttamente in azienda. Il nostro è un approccio multidisciplinare e proattivo: conoscendo più da vicino un’impresa, possono emergere esigenze o criticità che l’imprenditore non aveva ancora individuato. A quel punto il nostro esperto lo accompagna, per così dire, “alla porta accanto”, indirizzandolo verso il collega o la collega con le competenze più adatte. Perché l’imprenditore non può occuparsi di tutto: deve essere libero di concentrarsi sullo sviluppo del business. Sul resto lo aiutiamo noi, del resto l’altro nostro claim è «Con A.P.I. non sei solo!».
Ma A.P.I. non è solo problem solving. È molto di più. È tutela e rappresentanza, perché l’Associazione dialoga costantemente con le istituzioni, anche quelle europee, grazie all’adesione a Confartigianato Imprese; è formazione continua su tutti i temi «caldi» per le aziende; è networking, con una contaminazione di competenze e conoscenze che rendono l’Associazione una vera e propria agorà, «una piazza fisica e virtuale insieme, dove i soci possono portare le loro esperienze perché entrino a far parte di un patrimonio collettivo».
Tutto questo a partire dal 1946, più precisamente dal 22 luglio quando in vicolo Rasini a Milano venne firmato l’atto costitutivo dell’Associazione con l’obiettivo di rappresentare e tutelare le piccole e medie industrie del Milanese, che, secondo i fondatori, fino a quel momento erano state ignorate e talvolta sacrificate agli interessi della grande industria, nonostante rappresentassero complessivamente un capitale investito superiore e occupassero un numero maggiore di lavoratori. Nel primo Consiglio Direttivo c’era anche una donna, Lucia Terzago, perché, spiega Luciana Ciceri: «Il tessuto industriale lombardo è sempre stato caratterizzato dalla presenza femminile». Poi aggiunge: «Quell’anno è stato cruciale per il nostro Paese: è nata la Repubblica, le donne hanno votato per la prima volta, c’era entusiasmo, voglia di partecipazione, fiducia nel domani. Sì, quei tempi avrei voluto viverli».
Da allora A.P.I. è cresciuta, si è rafforzata e ha ampliato enormemente i servizi offerti alle imprese associate. Oggi il sistema conta circa 2.000 PMI, distribuite nei territori di Milano, Monza-Brianza, Lodi e Pavia. Il ritratto-tipo di un’azienda A.P.I.? «Una ventina di dipendenti, fatturato tra tre e cinque milioni, venticinque anni di vita associativa. Ma ci sono anche aziende che si sono associate quando erano agli esordi e adesso magari hanno più di un centinaio di dipendenti. Potrebbero aderire ad altre realtà, ma scelgono di restare con noi perché ci considerano interlocutori credibili e vicini alle loro esigenze. E questo nonostante negli ultimi anni sia in atto, in tutte le associazioni, una contrazione delle adesioni. La rappresentanza – anche a livello politico come si vede dalla scarsa partecipazione al voto – viene guardata con indifferenza, spesso anche con diffidenza, è difficile far passare il messaggio della tutela e della fiducia. Però è un valore fondamentale per una PMI. Significa avere una voce autorevole e condivisa, perché la forza dell’aggregazione nella tutela degli interessi delle PMI è strategica e lo sarà sempre di più nell’era della disintermediazione. Chi però lo comprende e ci conosce, non ci lascia più, tant’è che abbiamo anche imprese associate dall’anno della nostra fondazione».
Ottant’anni di vita rappresentano un traguardo importante, che A.P.I. sta celebrando con un progetto diffuso. Un «viaggio» condiviso dove innovazione, radicamento e connessione tra impresa e cittadinanza sono al centro.
Il percorso «A.P.I. 80: Insieme alle Persone che Fanno Impresa. Dove l’ingegno incontra la produzione: storie di manifattura» si sviluppa attraverso tre grandi iniziative:
- Percorso Diffuso | “PMI in Movimento”. Eventi tematici promossi da A.P.I. e dalle imprese associate, valorizzati con il logo ufficiale A.P.I. 80.
- Terzo Settore | “PMI, Lavoro e Territorio”. Collaborazioni con enti locali e associazioni per iniziative a impatto sociale.
- Evento Celebrativo | “A.P.I. 80: Insieme alle Persone che Fanno Impresa”. Il momento culminante sarà, l’8 ottobre, a Villa Clerici a Milano. Un racconto corale che darà spazio alle storie delle PMI manifatturiere del territorio, alla loro passione, all’ingegno e alla capacità di resilienza.
Ma un anniversario è sia l’occasione per guardare al passato sia un punto di osservazione privilegiato sul presente. In questi ottant’anni come sono cambiate le piccole e medie imprese? Quali sono oggi i loro punti di forza e quali, invece, le fragilità che ne possono compromettere lo sviluppo?
Cominciamo dal loro stato di salute. «Questo è un momento storico difficile per tutti. Con tantissimi problemi, dalle tensioni geopolitiche ai temi della sostenibilità, soprattutto quella ambientale. Con un inverno demografico che fa paura e un’evoluzione tecnologica che solleva più di un interrogativo. Nel mondo, quello che abbiamo sempre conosciuto, domina l’incertezza. I nostri nonni, i nostri padri hanno conosciuto la guerra e certo hanno vissuto tempi durissimi, ma per esempio mio padre che ha guidato l’azienda di famiglia, la Ciceri De Mondel, ha sempre detto che c’era una sicurezza: se lavoravi bene, se ti impegnavi, se ti circondavi di persone capaci, i risultati c’erano. Infallibilmente. Oggi non è più così. Eppure, in questo quadro un po’ sospeso, gli imprenditori portano avanti la loro azienda con convinzione e grandissima caparbietà. Perfino il settore della meccanica, colpito al cuore dalla crisi dell’automotive, sta rialzando la testa. Certo il quadro cambia da settore a settore, ma, soprattutto per la prima parte del 2026, non ci possiamo lamentare, abbiamo registrato perfino storie di grandissimo successo».
Le difficoltà che incidono sulla piccola e media imprenditoria si conoscono bene: burocrazia, costo dell’energia e concorrenza asiatica. Niente sconti alle istituzioni sul primo tema: «I temi normativi sono sempre di più, sempre più complessi e pressanti, con una sovrapposizione di adempimenti talmente importante da richiedere il supporto di una struttura complessa. Ma qui, potrei dire per fortuna, arriviamo noi, sia sul piano dell’informazione che sull’assistenza nello svolgimento». E riguardo alle problematiche energetiche: «Lo sappiamo, in Italia l’energia si paga molto di più che negli altri Paesi europei. È un ritardo che è anche frutto di una scelta strategica fatta a suo tempo, sull’onda di una risposta emozionale collettiva che si era concretizzata nel Sì al referendum del 2011: in seguito al risultato vennero abrogate le norme che avrebbero consentito la costruzione di centrali nucleari per la produzione di energia elettrica. Oggi una soluzione rapida non c’è. Anche se si decidesse di tornare al nucleare, i tempi sarebbero molto lunghi. Le rinnovabili? Ci sono, fanno tanto ma certo non possono coprire tutti i fabbisogni». Anche la concorrenza extraeuropea, soprattutto cinese, sta creando tensioni. Dice Ciceri: «Non nascondiamoci dietro un dito, oggi tanti prodotti cinesi hanno un livello qualitativo alto, frutto di un’evoluzione tecnologica sulla quale invece l’Europa è in ritardo. Diciamo che abbiamo pensato di poter vivere di rendita, di avere in mano il mercato. Invece non è andata così e se non ci si muove si rischia di sparire. Ecco perché oggi l’innovazione di processo e di prodotto è indispensabile, tranne forse per realtà manifatturiere di nicchia. E sulla base di quello che misuriamo nelle nostre aziende, l’imprenditoria piccola e media non solo l’ha capito, ma sta reagendo, sta investendo. Nonostante il costo del denaro e l’incertezza del momento».
L’immagine che emerge è quella di un’imprenditoria che in una fase economica complessa non sposa l’inerzia, ma cerca soluzioni. Il punto debole però c’è. È la comunicazione. Diamo nuovamente la parola a Luciana Ciceri: «Per quarant’anni le PMI si sono quasi nascoste, c’era uno stigma diffuso, incardinato sulla narrazione di un’industria “sporca, brutta e cattiva”. Anche se all’interno si evolvevano, diventavano supertecnologiche, offrivano un welfare all’avanguardia, non lo raccontavano. Il risultato è che oggi i giovani, che purtroppo sono anche pochi, vogliono fare i founder di una loro impresa, non lavorare in un’azienda padronale. Eppure, ci sarebbe tanto di positivo da dire sulla piccola e media industria! In primis, dal punto di vista tecnico hai la possibilità di crescere tantissimo perché hai accesso a tutto il processo produttivo, a differenza della grande industria dove resti magari per vent’anni su una frazione infinitesima del lavoro senza visione sul resto. Puoi fare carriera perché gli ambiti sono più porosi. Magari ai vertici resteranno sempre i membri della famiglia proprietaria, ma non è nemmeno detto perché ormai sono tante le PMI che hanno aperto le porte a manager esterni. E gli stipendi non sono così bassi, anzi. Soprattutto se hai una specializzazione, le competenze vengono riconosciute, anche economicamente. E se ti sei formato in una PMI, possiedi un patrimonio invidiabile di esperienza che potrai spendere ovunque in un futuro. Certo, se cerchi solo il nome prestigioso da inserire in curriculum, molte PMI non fanno per te».
Proprio per colmare questo gap di conoscenza della realtà della piccola e media industria, è stato lanciato un progetto rivolto soprattutto agli ITIS e agli ITS, “Anche io lavoro in una PMI”: «Creiamo innanzitutto occasioni di dialogo con le scuole per costruire un ponte tra i giovani e gli imprenditori. Il risultato è incoraggiante perché abbiamo potuto constatare che da una parte si accende la curiosità e dall’altra la voglia di condividere la propria visione del mondo del lavoro. Promuoviamo forme di welfare come borse di studio per studenti meritevoli che si indirizzano su studi tecnici, spingiamo le aziende ad aderire all’alternanza scuola-lavoro che è un altro strumento preziosissimo di conoscenza del mondo delle PMI che magari poi si tradurrà in collaborazioni. E diamo voce alle aziende sui social perché quello è lo strumento utilizzato dalle giovani generazioni, è lì che bisogna battere per promuoversi: ogni evento, ogni momento va comunicato non per autocelebrarsi, ma per accendere un faro sulla propria realtà».
Realtà che è intessuta di valori, magari non sbandierati ma vissuti quotidianamente. Racconta Ciceri: «Posso portare prima di tutto il mio vissuto: per me, per mio padre, e prima ancora per i miei nonni, la reputazione è sempre stata un asset intangibile fondamentale e per la mia esperienza lo è anche per la maggioranza delle PMI. La puntualità nei pagamenti, l’onestà, la trasparenza, ma anche l’orgoglio di contribuire al benessere della comunità sono le nostre caratteristiche.
Una delle giornate che, per me, ha più significato è quella del pagamento degli stipendi, percepisco la concretezza della corporate social responsibility. Senza contare che in ogni piccola azienda c’è un welfare informale, si crea una rete di solidarietà, a volte davvero di salvataggio, perché si vive negli stessi contesti, ci si conosce». Poi aggiunge che nelle PMI i valori restano integri nel tempo a differenza della grande azienda dove i cambi ai vertici possono cambiare anche le prospettive: «La voce dell’imprenditore nelle PMI resta sempre quella, d’altro canto è ciò che le rende distintive».
Una delle criticità più importanti delle piccole aziende si manifesta nel passaggio generazionale, un momento spesso critico che deve essere vissuto, secondo Ciceri, come un’opportunità: «Non è facile lasciare il timone, ma non lo è nemmeno prenderlo. Come A.P.I. offriamo percorsi di accompagnamento con webinar multidisciplinari e incontri in presenza da programmare nei giusti tempi perché la leadership va costruita. Soprattutto va fatto capire che non bisogna per forza essere come chi ci ha preceduto, ognuno ha il suo stile che non si può forzare se si vuole essere credibili: ecco, la formazione aiuta a costruirsi questa consapevolezza». Lo stesso vale per il passaggio generazionale dei collaboratori: «Spesso le piccole aziende creano team molto longevi e poi per forza devono affrontare il turnover. Anche in quel caso A.P.I. è presente per facilitare il processo di “passaggio delle consegne”. Lo strumento migliore? Per noi è l’affiancamento».
Uno sguardo al futuro: quali cambiamenti saranno inevitabili nelle PMI? «Prima di tutto le trasformazioni tecnologiche e quelle sono già in atto. Un’altra tendenza in essere è l’aggregazione perché è difficile restare piccoli e sopravvivere, a meno che non si occupi una nicchia produttiva. Infine, l’attenzione alla sostenibilità. Questo fattore ancora non viene percepito da tutti, non è colto come una necessità perché il prezzo ha ancora la priorità, ma diventerà prestissimo cruciale. Ci chiedono questa attenzione i giovani, la filiera e la catena di fornitura. E non possiamo non avere la consapevolezza che le nostre attività hanno potenzialmente un impatto ambientale negativo, chi più e chi meno, e ogni imprenditore sa benissimo identificarlo nel proprio ciclo produttivo. Dovremmo governare questo cambiamento fin da subito, considerandolo un’opportunità e attuando gli interventi di efficientamento necessari. Ad esempio, abbiamo lanciato nel 2026 il ciclo di incontri “Supply Chain Resiliente: investire in futuro e competitività”, un percorso pensato per supportare le PMI nel rafforzare la strategia d’impresa, ridurre i rischi e cogliere nuove opportunità lungo la catena del valore. Anche qui, A.P.I. c’è: non sei da solo!». È proprio questa la funzione che Ciceri rivendica per l’associazione: aiutare le imprese a gestire il cambiamento, evitando che la solitudine dell’imprenditore diventi un ulteriore fattore di fragilità.