Il Lusso della Tradizione

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Il Lusso della Tradizione

Le grandi storie dell’heritage: Tessitura Bevilacqua

Di Giovanni Mansueti, pittore veneziano della fine del Quattrocento, non si sa molto. Il Vasari nelle sue Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti gli dedica poche righe, per di più in un capitolo dove raccoglie, un po’ alla rinfusa mi verrebbe da dire, un gruppo nutrito di artisti che, pur non spiccando nel panorama artistico del tempo, lui – così scrive – non si sente di tralasciare visto che «si sono affaticati per lasciar il mondo adorno dell’opere loro», e a voler pensar male (che, si sa, si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca…) già questo commento la dice lunga su quello che ritiene essere il loro valore.
In particolare di Mansueti scrive: «Lavorò ancora benissimo le sue pitture, e si dilettò molto di contrafare le cose naturali, figure e paesi lontani, Giovanni Mansueti, che imitando assai l’opere di Gentile Bellino, fece in Venezia molte pitture. E nella scuola di S. Marco, in testa all’udienza, dipinse un S. Marco che predica in sulla piazza, ritraendovi la facciata della chiesa, e fra la moltitudine degl’uomini e delle donne che l’ascoltano, turchi, greci e volti d’uomini di diverse nazioni, con abiti stravaganti». Oggi è considerato dalla critica un minore, allievo di Gentile Bellini – anzi «discepolo» suo, come si dichiara orgogliosamente nel cartiglio del telero Miracolo della reliquia della Santa Croce in Campo San Lio (1496 circa) – al cui stile si ispirò per tutta la sua vita. Ciononostante raggiunse quasi certamente una sua notorietà, sia pure nel ristretto ambito del territorio, visto che in un documento dell’inizio del Cinquecento viene appellato come magister e quindi come «professionista» dell’arte. Per la storia che ci accingiamo a raccontare è invece una figura importante perché un suo dipinto parrebbe testimoniare la longevità di una famiglia di tessitori, i Bevilacqua, che esercita ancora lo stesso mestiere nella stessa città, a Venezia nel sestiere di Santa Croce: nel cartiglio alla base del San Marco trascinato nella sinagoga (lo si ammira nella Fürstlich Gemäldegalerie in Liechtenstein) compare infatti, tra i committenti, anche un «Giacomo Bevilacqua, tessitore». Non è ovviamente detto che ci sia un rapporto di parentela diretto tra questo personaggio e Alberto Bevilacqua, attuale CEO della Tessitura Luigi Bevilacqua, ma non è irrealistico ipotizzare che tra le decine di rivoli di discendenza della casata, uno abbia attraversato cinque secoli abbondanti di storia per giungere fino ai giorni nostri.

Il palazzo che ospita gli uffici e il laboratorio della Tessitura si affaccia sul Canal Grande: ci si arriva dopo un po’ di giravolte per calli e campielli e, dopo aver superato il ponte Bembo, l’elegante facciata rossa è il diaframma che separa l’oggi dal passato antico che si nasconde dietro di essa. Qui infatti si produce ancora a mano e ancora su telai e orditoi originali del Settecento, gli stessi che compaiono sulle tavole dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert appese alle pareti. Così come i tessuti sono i medesimi che in quella stagione di favolosa bellezza, quasi un canto del cigno, che precedette la fine della Serenissima, abbellivano le dimore dei nobili: broccati, damaschi, lampassi e, soprattutto, velluti, il più sontuoso dei quali è il soprarizzo. Già il nome spiega la sua caratteristica: alterna due tipi di pelo, il velluto riccio e il velluto tagliato, con quest’ultimo più alto del riccio, quindi sopra-riccio o, appunto, soprarizzo. Le due lavorazioni – che sono effettuate sulla stessa seta ma con ferri diversi, uno che taglia e l’altro che viene invece sfilato – combinate insieme conferiscono ai motivi decorativi una tridimensionalità stupefacente con gradazioni di colore che derivano da un effetto ottico: il velluto riccio riflette la luce e risulta quindi più chiaro mentre il velluto tagliato la assorbe e appare perciò scuro. La sua produzione è lentissima, non più di venti-trenta centimetri al giorno, il che spiega il suo costo astronomico che sfiora i 5000 euro al metro.

Il velluto soprarizzo è la produzione più pregiata e preziosa della Tessitura Bevilacqua.

«L’inizio documentato della Tessitura –racconta Alberto Bevilacqua – risale al 1875 con il mio bisnonno Luigi». È lui che, insieme al socio Giovanni Battista Gianoglio, compra un palazzo in Fondamenta San Lorenzo per aprirvi una manifattura tessile. Dei due chi ha esperienza in questo campo è Gianoglio, mentre di Luigi è nota solo una precedente attività come commerciante di vini. Tuttavia in lui alberga una sensibilità artistica maturata in famiglia visto che il padre Sante è un margariter, cioè un artigiano delle classiche perle di vetro veneziano. La bellezza e la sapienza delle lavorazioni tipiche veneziane gli scorrono nel sangue e per di più quello è un momento storico in cui in Europa si sta riscoprendo l’artigianato e «il pezzo unico» in contrapposizione alla produzione industriale «di serie» con i suoi effetti negativi estetici e sociali. Sono le teorie propugnate dal movimento Arts and Crafts che nato nell’Inghilterra della seconda metà del XIX secolo ebbe un forte impatto anche in altre nazioni, Stati Uniti e Giappone compresi.
È possibile che questa nuova consapevolezza abbia influenzato Luigi Bevilacqua nella sua decisione? Forse, ma in ogni caso il mercato era pronto ad accogliere prodotti di alto livello qualitativo realizzati su piccola scala.
La scelta della sede era emblematica, quasi una dichiarazione d’intenti: il palazzo infatti aveva una storia importante alle spalle perché era stata una delle sedi della Scuola della Seta della Serenissima, un’istituzione così prestigiosa da meritare una digressione.

Ritratto di Luigi Bevilacqua, fondatore della Tessitura.
Il successo della Tessitura da subito travalicò i confini nazionali come testimonia questo diploma ricevuto all’Esposizione Nazionale di Bruxelles del 1910.

Sull’origine del velluto gli studiosi sembrano ormai concordi nell’indicare l’Oriente: forse proveniva dalla Cina (ma Il Milione di Marco Polo non lo nomina mai), più probabilmente dall’Asia Centrale, con la Via della Seta a fungere da vettore (e non soltanto per questo tessuto) fino all’Impero bizantino e all’Occidente. A Venezia arriva quasi certamente all’inizio del Trecento: lo sappiamo perché prima della metà di quel secolo non vi è menzione dei tessitori di velluto nei documenti storici. Esisteva invece, ed era assai potente, la corporazione degli sciamiteri, i tessitori di sciamito che era un prezioso tessuto in seta, di provenienza mediorientale, fin dal Medioevo sinonimo di ricchezza, sacralità e regalità. I suoi artigiani avevano una chiesa a loro dedicata, quella dei gesuiti a Cannaregio, un patrono, san Cristoforo e, ovviamente, uno statuto molto severo che venne «riformato» nel 1265 dalla Magistratura della Giustizia Vecchia *. Bene, in quella data ancora non vi è traccia né di velluto né di tessitori a esso dedicati. Eppure, solo ottant’anni dopo (nel 1347) vi è una scissione, all’interno della corporazione, tra sciamiteri e veluderi, il che indica che questi ultimi erano diventati molto numerosi, almeno quanto i primi. Che cosa era successo nel frattempo? Un’immigrazione. Che per Venezia si rivelerà fondamentale dal punto di vista manifatturiero: molti Lucchesi fuggiti dalla loro città, teatro sanguinoso delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, si erano rifugiati lì e tra di loro parecchi erano tessitori appunto di velluto, un’attività presente in Toscana già da qualche decennio. In genere la Serenissima non era così propensa ad accogliere artigiani forestieri, ma in questo caso si dimostrò molto inclusiva. Non certo per generosità d’animo: il know how dei nuovi arrivati era prezioso e valeva senz’altro la pena di mettere da parte diffidenze e regole troppo stringenti.
Sciamiteri e veluderi in seguito, nel 1457, tornarono a riunirsi in un’unica corporazione, quella dell’Arte dei filadori de seta la cui ultima sede fu la Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia che nel 1773 contava ben 6344 addetti tra «capimastri, mogli e figli di capimastri, maestri, mogli e figli di maestri, lavoranti approvati e non…», e via via a scendere di importanza e competenze fino ai mistri fuori d’impiego**.
Ma già il tramonto si annunciava fosco all’orizzonte: nel 1797, con il Trattato di Campoformio, Napoleone chiude il lunghissimo periodo del governo della Serenissima e con la nascita della Repubblica Cisalpina promulga nuove leggi e detta nuove regole. Tra queste l’abolizione di tutte le corporazioni artigiane: «I più maligni – dice Alberto Bevilacqua – sostengono fosse per protezionismo delle attività concorrenti francesi, ma, se ci pensiamo, si trattò di una decisione perfettamente coerente con lo spirito liberale che si era affermato oltralpe in tutti i campi». Cominciò così una rapida decadenza della manifattura serica veneziana tanto che solo una trentina di anni dopo sopravvivevano nel territorio, ma a stento e a forza di continui prestiti, non più di nove imprese.

Torniamo a Luigi Bevilacqua e al suo socio: per avviare l’attività, oltre alla sede, hanno bisogno di telai, orditoi e attrezzi e la fortuna vuole che riescano a mettere le mani proprio sulle macchine che prima dell’arrivo di Napoleone si trovavano nella Scuola della Seta (e che sono ancora quelle operative al giorno d’oggi). Non abbiamo documenti commerciali che possano raccontarci gli inizi dell’impresa, ma gli affari non dovevano andare male visto che nel 1892 la Tessitura venne trasferita a palazzo Labia, una sede più prestigiosa perché, tra l’altro, vicina alla stazione ferroviaria e al Ponte delle Guglie, uno dei più famosi della città, per di più sulla direttrice che portava a Piazza San Marco: oggi come allora il passaggio era fondamentale. Ci sarà poi, nel 1905, un altro trasferimento, proprio a due passi dall’attuale sede, quindi a Santa Croce, ma a quell’epoca il quadro societario è cambiato: Gianoglio si è ritirato e il nome dell’impresa è diventato «F.lli Bevilacqua». I fratelli citati nell’intestazione sono tre dei numerosi figli di Luigi: il primogenito Vincenzo che funge da amministratore, Antonio, il “creativo” e Angelo, incaricato delle relazioni con la clientela. A loro si affiancherà in un secondo momento un altro fratello, il più giovane: Cesare, nonno degli attuali proprietari. «Ricordo bene mio nonno, che è morto quando io avevo 15 anni – racconta Alberto Bevilacqua – era un uomo estremamente dinamico e attivo, che fino in tarda età era tutti i giorni in azienda e che tutti gli anni andava in Svezia a trovare amici e parenti. Un personaggio tutto d’un pezzo: aveva fatto la Prima guerra mondiale guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare. Ferito, era stato ricoverato un anno a Roma e dichiarato “grande invalido di guerra”. Per questo motivo avrebbe avuto diritto a una pensione che invece aveva sdegnosamente rifiutato». Il riferimento alla Svezia incuriosisce ed è presto spiegato: Cesare aveva sposato nel 1908 una contessa svedese, Glenny Charlotte von Redlick, («si saranno conosciuti al Lido – sorride Alberto – che già all’epoca attirava turisti da ogni parte d’Europa»), un matrimonio che contribuì a introdurre la Tessitura Bevilacqua nel milieau aristocratico della Svezia e non solo in quello, visto che una larga fetta della produzione là diretta era destinata agli arredi ecclesiastici. Negli anni Venti inoltre il Municipio di Stoccolma assegnò alla Tessitura l’incarico di realizzare i broccati per rivestire divani, sedie e poltrone delle sue stanze con i motivi floreali, riecheggianti l’Art Nouveau, dell’artista Maja Sjömström e un decennio dopo circa saranno sempre i Bevilacqua a fornire i dorati velluti Déco, su disegni dell’architetto Carl Bergsten, al teatro di Götemborg.

Foto storica della Tessitura nel 1923: al centro i figli di Luigi Bevilacqua circondati dai lavoranti.
Il teatro di Götemborg dalle pareti rivestite del bel velluto soprarizzo disegnato da Carl Bergsten e prodotto dalla Tessitura Bevilacqua. Il medesimo tessuto venne anche esposto nel 1934 alle XIX Biennale d’Arte di Venezia.

Il periodo che dall’inizio secolo si estende fino agli anni Quaranta fu estremamente ricco di commesse importanti il cui elenco sarebbe troppo lungo anche se ciascuna di esse contiene una storia che sarebbe degna di un racconto. Lo faremo solo per due: la Sala delle Feste del transatlantico Conte di Savoia, varato nel 1931, e le tende del teatro La Fenice nel 1937.
È il 31 ottobre 1931 quando la principessa Maria José del Belgio, divenuta poi regina d’Italia, inaugura il secondo transatlantico più grande del nostro Paese, appunto il Conte di Savoia (il primo era il mitico Rex), destinato a coprire la rotta verso il Nordamerica. La data era stata scelta perché, giorno più giorno meno, coincidesse con l’anniversario della Marcia su Roma e d’altro canto, la nave stessa era stata concepita come un’ode al regime fascista, la cui industria era capace di produrre manufatti in grado di rivaleggiare per splendore con quelli rinascimentali. Certamente non si era lesinato in termini di lusso e raffinatezza: vi era perfino un giardino d’inverno con un bar dal soffitto decorato in foglia d’argento, la sala da pranzo aveva le pareti in travertino e il soffitto in foglia d’oro, e il salone della prima classe, la cosiddetta Sala delle Feste era la perfetta riproduzione, anche per dimensioni, della Galleria di Palazzo Colonna a Roma. Proprio in questo ambiente – a progettarlo era stato chiamato il celebre Adolfo Coppedè – tutti gli arredi destinati al relax (divani, poltrone, sedie) erano rivestiti di uno straordinario velluto soprarizzo Giardinetto prodotto dai Bevilacqua. Quel velluto ancora viene prodotto – è il 3372 del catalogo – mentre del «Nuovo Super Transatlantico del Lloyd Sabaudo, la nave che non rolla» (così veniva definito in una cartolina pubblicitaria dell’epoca), non resta più nulla: l’11 settembre 1943, mentre era all’àncora proprio a Venezia, venne bombardato dalla RAF inglese e affondò parzialmente; il tentativo, un paio di anni dopo, di recuperarlo per rimetterlo in funzione si bloccò per i costi eccessivi che si sarebbero dovuti sostenere per cui il suo destino fu la demolizione. Ma già allora di quei tessuti meravigliosi non era rimasto nulla se non un mucchietto di cenere.
Il caso ha voluto che anche i damaschi e i lampassi che rivestivano le pareti delle cinque Sale Apollinee del teatro La Fenice siano finiti bruciati in tempi più recenti, nel 1996, quando un gigantesco rogo doloso distrusse il teatro. Riproducevano delicati motivi neoclassici e impero ispirati alle decorazioni dei rivestimenti parietali del teatro stesso nell’Ottocento con grifoni e basi di colonne nei toni del blu e dell’avorio.

Un altro dei tanti diplomi internazionali vinti dalla Tessitura nel corso della sua storia.

Un capitolo importante della produzione della Tessitura Bevilacqua è quello relativo agli addobbi delle chiese, presente fin dagli inizi della sua attività visto che in una «Guida commerciale» di Venezia d’inizio Novecento, all’impresa sono associate varie tipologie di prodotto tra le quali appunto «arredi ecclesiastici», ma che divenne particolarmente rilevante negli anni Cinquanta: «Nel 1953 mio nonno venne nominato fornitore pontificio, una carica che mantenne per ben tre papati, sotto Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. D’altro canto non bisogna dimenticare che proprio Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, era stato patriarca di Venezia». Una delle creazioni, forse la più bella, è rappresentata dalle «vesti» con cui si ricoprono le colonne della Basilica della Madonna della Salute in occasione della festa della Vergine a cui la chiesa è intitolata, il 21 novembre: «È un velluto soprarizzo ricchissimo perché tramato d’oro vero ed è molto delicato tant’è che viene utilizzato solo in questa occasione».

In quel periodo nella Tessitura è già entrato Giulio, l’unico figlio maschio di Cesare, nato nel 1918: sarà lui a prendere le redini dell’azienda ed è sotto la sua direzione che la Tessitura riceve un incarico addirittura dalla Casa Bianca (sotto la presidenza Eisenhower), la realizzazione di un velluto giallo su fondo avorio destinato alle sedute dello Studio Ovale. Ma gli anni Cinquanta segnano per i Bevilacqua un altro traguardo: l’ingresso nel mondo della moda. E dalla porta principale. Chi la apre è uno dei brand all’epoca più altisonanti del fashion: Roberta di Camerino. Che non è il nome della sua fondatrice che invece era Giuliana Coen. Veneziana, di agiata famiglia ebrea, era stata costretta a rifugiarsi in Svizzera dopo la promulgazione in Italia delle leggi razziali ed è proprio lì che comincia a realizzare le sue prime borsette che attirano immediatamente l’attenzione del mercato per la loro estrosità e il ricorso, a piene mani si potrebbe dire, al colore. La sua grande svolta, in termini di notorietà mondiale, avviene quando ritorna produttivamente alle sue origini: velluti soprarizzo a firma Bevilacqua e borchie e chiusure in ottone prodotti dagli stessi artigiani che lavorano nel campo delle gondole. Un’autentica rivoluzione da cui nasce la mitica Bagonghi, oggetto di desiderio di tutte le donne che l’ammiravano, sulle riviste, al braccio di star come Grace Kelly, Liz Taylor, Gina Lollobrigida. Da allora il sodalizio con il mondo della moda non si è mai interrotto: dal laboratorio di sestiere Santa Croce sono passati tanti nomi importanti tra i quali Iris e Carl Apfel («Loro erano diventati veramente amici di mio padre e una volta gli hanno portato dagli Stati Uniti una Ford Mustang con la quale abbiamo poi viaggiato per anni – racconta Alberto Bevilacqua – solo che non abbiamo mai fatto l’importazione definitiva sicché la targa è sempre rimasta quella di New York»).

Negli anni Novanta Alberto Bevilacqua entra in azienda. Non certo per vocazione: «Volevo fare tutt’altro, avevo studiato per indirizzarmi alla carriera diplomatica perché mi piaceva l’idea di viaggiare, ma dato che quando mi sono laureato i concorsi per accedere a questa strada erano bloccati, sono prima entrato in banca e poi, visto che era un lavoro che proprio non sopportavo, ho fatto domanda per l’insegnamento, passando poi di ruolo. In Tessitura ci sono entrato solo perché mio padre aveva cominciato ad avere problemi di salute». La sua prima sensazione è di sgomento: «Guardavo le tessitrici, alcune erano già avanti negli anni e mi chiedevo cosa sarebbe successo quando fossero uscite dall’azienda. È stato allora che abbiamo cominciato a cercare nuove e più giovani lavoranti alle quali le senior hanno trasferito il loro know how e abbiamo così assicurato un futuro all’impresa». Oggi nel laboratorio lavorano 7 tessitrici che si alternano su 20 telai, ognuno dei quali viene utilizzato per una determinata lavorazione. Il rumore ritmico, quasi una musica, che domina in Tessitura, il movimento delle mani, delle braccia e dei piedi sono gli stessi di tre secoli fa, l’epoca alla quale risalgono, come già detto, le macchine. Un lavoro antico che però sembra attirare le nuove generazioni: «Le nostre tessitrici provengono per lo più dal Liceo Guggenheim che una volta si chiamava Scuola d’Arte di Venezia: lì ricevono un’infarinatura teorica, ma possono anche esercitarsi su piccoli telai e poi magari vengono qui a fare uno stage. La formazione però è lunga e complicata: una volta si cominciava da bambine, intorno ai 13 anni, e ci si impratichiva gradualmente in un processo che poteva durare anche sette-otto anni. Oggi invece è tutto più rapido, ma la durata dell’apprendistato non è comunque inferiore ai due anni».

La produzione del velluto soprarizzo richiede moltissimo tempo e questo spiega il suo costo elevato.

Gestire il lavoro su questi telai non è uno scherzo. Le macchine, inventate da Joseph-Marie Jacquard, permettono di realizzare motivi complessi grazie a un sistema che permette la lettura di schede perforate in cartone che corrispondono ai disegni stessi. Ma andiamo con ordine: una volta scelto il motivo, bisogna procedere con la cosiddetta «messa in carta» che altro non è che il disegno riportato su carta millimetrata. A quel punto si possono preparare le schede perforate tramite punzonatura: ogni scheda rappresenta mezzo millimetro del disegno da realizzare, quindi se un motivo si estende su un metro e mezzo di tessuto saranno necessarie 3000 schede. Queste poi vanno legate tra loro con spago perché saranno montate su un cilindro rotante che avanza ogniqualvolta la tessitrice batte con il pettine l’intreccio. Il sistema è ingegnoso: ogni filo di ordito passa in una maglia del liccio che a sua volta è collegata a un piccolo contrappeso. I fori delle schede fanno cadere alcuni contrappesi e così facendo le maglie dei licci connessi a questi fanno alzare i fili dell’ordito corrispondenti e nello spazio che si crea viene inserito il filo di trama, poi battuto con il pettine. Questo è solo il principio di base – il procedimento poi si complica a seconda delle caratteristiche del disegno – ma già da questi pochi cenni si capisce che preparare l’ordito, caricarlo sul telaio, sistemare tutte le rocche di filo che formeranno il velluto è un’operazione lunga e complessa che può durare anche mesi. E si comprende meglio perché produrre in questo modo i tessuti richieda così tanto tempo. Alberto Bevilacqua mi porta anche l’esempio di un velluto in quel momento in lavorazione, per il pelo del quale sono necessari 8000 fili mentre per il fondo 7000, in totale 15.000 fili. Ogni 20 metri circa di tessuto bisogna rifare l’ordimento e poi, andando sul telaio, attaccare uno a uno i 15.000 fili, «un lavoro pazzesco» conclude Bevilacqua.

Un altro scorcio della Tessitura con in primo piano la messa in carta di un motivo.

Tra i lavori commissionati alla Tessitura, alcuni sono quasi dei casi da detective story come il magnifico velluto destinato alle sedie di alcune stanze private del Cremlino. La richiesta, una decina di anni fa, era di rifare il tessuto il più possibile identico all’originale del Settecento francese. Smarcata la ricerca di un motivo che assomigliasse a quello di partenza, impresa non difficile visto che l’archivio ne raccoglie più di 3500, il primo vero problema è stato identificare i colori originari, dato che dopo più di due secoli di esposizione alla luce e alla polvere il velluto originale si era sbiadito. Fortunatamente analizzando alcune parti sotto le sedute era stato possibile risalire alle tinte corrette. Poi, per produrre quel tipo di tessuto si era “riesumato” un telaio che non era più in attività da almeno una cinquantina di anni con tutte le difficoltà del caso. Infine la produzione aveva richiesto l’enorme numero di 16.000 fili, con un peso considerevole da spostare abbassando il pedale – circa 30 chili –, tale da escludere che una sola tessitrice potesse lavorarci 8 ore al giorno, il che aveva richiesto che due tessitrici si alternassero alla macchina. «In quel caso ho proprio sbagliato i conti – confessa Alberto Bevilacqua – alla fine abbiamo lavorato in perdita». Sospira, ma nonostante il suo disappunto non è difficile valutare il ritorno in termini di immagine e di notorietà di una commessa di questo tipo.
Un altro lavoro molto importante in cui l’analisi del materiale storico è stata fondamentale è più recente: la fornitura di un velluto cremisi destinato al Palazzo Reale di Dresda. Come è noto, la città venne pressoché rasa al suolo nel 1945 dagli Alleati con il castello, appunto il cosiddetto Palazzo Reale, pesantemente danneggiato. Negli anni Sessanta ne è cominciata la ricostruzione e nel 2017 la municipalità ha deciso di riportare allo splendore dell’anteguerra la Sala del trono le cui pareti erano completamente rivestite in velluto. L’incarico è arrivato alla Tessitura Bevilacqua insieme all’unico frammento del tessuto originale che si era salvato dalla distruzione: da lì bisognava partire per la produzione. Lavoro improbo: quasi tre anni di lavoro per tre tessitrici per un totale di 740 metri consegnati nel 2019.

Ma committenti privati? Alberto Bevilacqua sorride, si sa che queste sono domande delicate: «I nostri tessuti si trovano nelle case di Mariah Carey, di Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, e del regista Robert Zemeckis, premio Oscar per il film Forrest Gump, tanto per citare alcuni esempi presenti sulle più prestigiose riviste di architettura». Ma ce ne sono molti altri, soprattutto russi e arabi, il cui nome non ci verrà rivelato. Gli italiani sono pochi e quei pochi preferiscono non fare ostentazione. Con un’eccezione appartenente al passato: Raul Gardini. Lui, che di bellezza se ne intendeva, nutriva una vera passione per i tessuti della manifattura, con i quali aveva arredato le stanze di rappresentanza di Palazzo Dario sul Canal Grande, che aveva acquistato negli anni Ottanta, nonché quelle dell’headquarter del Gruppo Ferruzzi a Ravenna, della Montedison a Milano, del suo castello toscano e perfino il suo aereo privato. E a un certo punto inoltra la proposta «indecente»: vorrebbe acquistare la Tessitura. La risposta? «Un gentile ma fermo no».

* The Spirit of Tradition. Eight Centuries of Venetian Velvets at the Tessitura Bevilacqua.2004 Cicero editore, Venezia.

** Gastone Vio, Le Scuole piccole nella Venezia dei Dogi, 2004 Angelo Colla editore, Vicenza.

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