Giornata Mondiale delle EMOJI: come usarle per una comunicazione B2B di 💥🙌🏻 successo!
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Giornata Mondiale delle EMOJI: come usarle per una comunicazione B2B di 💥🙌🏻 successo!

Non c’è alcun dubbio nell’affermare che siamo nell’era delle emoji. Tanto da dedicare alle “simpatiche faccine & Co” una celebrazione a livello mondiale; come si fa per la Terra ad esempio: la Giornata Mondiale delle Emoji che, in questo 2021, cade il 17 luglio.

I dati sono incredibili: il 92% della popolazione che usa un mobile device conosce ed utilizza abitualmente le emoji nelle proprie comunicazioni. Sono immediate, esaustive e molto engaging per chi le riceve… una emoticon vale 10 parole. Questo perché, di fatto, riducono la possibilità di ambiguità o cattiva interpretazione di un messaggio: se sono arrabbiato o felice, ad esempio, basterà aggiungere la relativa faccina e il gioco è fatto! Il destinatario non avrà più alcun dubbio.

Ma facciamo un passo indietro.

EMOTICONS: ANGELO 😇 o DIAVOLO 😈?

Le emoji sono nate in ambiente social e messaggistica istantanea nel lontano 2000. Da allora hanno spopolato in un crescendo di utilizzo e – parallelamente – di varietà. Dalla primissima faccina gialla sorridente, alle 1000 di oggi il passo è stato veloce.

Ma quanto incidono sul processo di scrittura e di comunicazione?

Certamente nel contesto in cui sono nate – comunicazione non verbale – hanno portato una grande innovazione: grazie all’introduzione delle emoji è stato possibile tradurre in segno grafico e di significato anche tutto quell’universo di elementi della comunicazione quali sguardi, tono, impostazione della voce… una emoticon 🤬🤬 non lascia spazio alle sbagliate interpretazioni.

Dall’altro lato, è vero che riducono sensibilmente la capacità di espressione delle persone?

Come ogni elemento umano, dobbiamo pensare che anche il linguaggio sia in continua evoluzione. E il cambiamento è, nel suo moto perpetuo, inarrestabile. L’iconografia delle faccine è oggi un linguaggio universale, riconoscibile a livello globale, veloce, semplice, informale. Basti pensare che nel 2015, il prestigioso Oxford Dictionary ha eletto una emoji (la faccina sorridente o con le lacrime) a parola dell’anno.

Un’evoluzione che è partita anche nella comunicazione di brand ☄️!

Mentre nel B2C le emoji possono essere di casa, nel B2B hanno ragione di esistere?

E se sì; come possono essere utilizzate per una comunicazione di 💥🙌🏻 successo?

  1. PERSONA 🖌🖌

Con una comunicazione aziendale B2B sempre più orientata ad un approccio H2H in cui la persona è al centro del processo, è chiaro che introdurre chiavi di comunicazione contemporanee cui l’utente è abituato può essere una chiave vincente. L’importante è farlo nel modo giusto, dosando con attenzione l’utilizzo delle emoji.

L’importante è sicuramente non utilizzarle in sostituzione di contenuti che devono arrivare chiari e in modo professionale al proprio target. E sempre in abbinamento ad una frase; quasi un rafforzativo.

  1. ENGAGEMENT

Un recente studio americano ha evidenziato come alcune aree del cervello si attivino in modo particolare di fronte alle emoji reagendo, di fatto, come di fronte ad un viso umano. Per questo diciamo che, usate correttamente, sono un valido alleato nell’aumentare l’attrattività del brand e generare maggior engagement (un post con emoji giuste ha il 57% in più di click rate rispetto ad un post “tradizionale”). Rendono il brand più umano ed autentico; più vicino al target. Più H2H. Ovviamente, come abbiamo detto, con moderazione e a sottolineare un passaggio davvero rilevante. Inoltre le emoji, grazie alla loro universalità, possono anche aiutare a superare barriere linguistiche e culturali. E quindi consegnare il proprio messaggio in modo molto più diretto ✈️.

  1. L’EMOJI GIUSTA, AL MOMENTO GIUSTO

Non tutte le emoji funzionano bene; sempre 😱🤯! Bisogna scegliere quella giusta, al momento giusto. E soprattutto quella in target. Per questo è sempre bene, prima di lanciarsi in esperimenti, fare uno studio di quali sono le emoji prevalentemente utilizzate dal proprio target e come vengono recepite, quali sono le case history di competitor e di canali o gruppi di interazione. Come sempre diciamo, sperimentare va bene; ma solo quando c’è una solida base di conoscenza e analisi per non incappare in errori potenzialmente letali per il brand.

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