DIGITAL RE-LIFE EXPERIENCE: QUANDO IL DIGITALE DIVIENE NARRAZIONE IMMERSIVA
Workout Magazine - Studio Chiesa Communication

Digital Re-life Experience: quando il digitale diviene narrazione immersiva

Ai Musei serviva forse la lezione del Covid per dare un brusco scossone e imprimere un’accelerazione innovativa in termini di utilizzo del digitale. La chiusura forzata degli spazi museali ha indotto a cercare soluzioni alternative per riaprirne le porte, per non interrompere quel legame culturale e sociale che l’istituzione museale cerca di intrattenere con pubblici sempre più diversificati. Il problema non è stato squisitamente e solamente tecnologico ma pure linguistico e contenutistico, non solo formale ma sostanziale.

Perché comunicare attraverso il virtuale è se non più difficile almeno più insidioso di quanto possa essere nelle stanze museali, dove alla potenza delle parole (o alla debolezza) si associa, salvifica, la magnificenza delle collezioni e della loro storia. I tempi della fruizione dal vivo sono ben diversi da quelli on-line, la soglia d’attenzione è paradossalmente più bassa, e a differenza della presenza fisica (difficilmente si esce dal percorso espositivo) sul web basta un click per switchare ad altro. Il piacere della visita on-line si sottrae dei sensi che più ci aiutano a ricordare un’esperienza, il tatto e l’olfatto, mentre l’udito e la vista persistono ma “attutiti”. La veridicità dello spostamento nello spazio è simulata ma lascia almeno al visitatore l’opzione di scelta sulla base dell’interesse personale.

Per comunicare mediante il digitale dunque occorre ripensare a una narrazione efficace, coinvolgente e accessibile. Partendo da questi presupposti, Studio Chiesa, agenzia di comunicazione partner, da quasi 40 anni, di aziende italiane B2B Industrial, ha intrapreso un percorso di sperimentazione creando Steellife Digital Re-life Experience, l’esposizione virtuale di un passato progetto che vive “onlife”, integrando perfettamente la realtà aumentata del virtual tour immersivo con le immagini reali della mostra Steellife, allestita nel 2009 nelle sale della Triennale di Milano.

Digital re-life experience non nasce perciò da una mera volontà mnemonica o archivistica di ciò che è stato ma scaturisce piuttosto dall’esigenza di rigenerare l’incanto dello sguardo mediante un’esperienza similare, certamente affine, ma nuova e totalmente rinnovata e potenziata grazie agli strumenti di approfondimento e di scoperta digitali. Le virtù del phygital sono strumentali non solo a catturare l’interesse ma a farlo permanere e rinnovare.

Questa modalità si addice a ri-animare i progetti culturali conclusi e dare ad essi nuova linfa per essere fruiti in un tempo potenzialmente infinito ma diviene pure una strategia allestitiva e narrativa per creare quelle mostre che nella realtà non hanno potuto vivere o quegli archivi o collezioni che non possono essere manifesti al grande pubblico. E pure creare dei percorsi inediti alla scoperta del patrimonio preziosissimo dei nostri beni culturali. Il digitale, dunque, se utilizzato con competenza e strategia, può rivelarsi non un paracadute temporaneo ma una straordinaria opportunità narrativa ed espositiva da coltivare a lungo termine.

Scopri Digital Re-life Experience

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“IN MODO PRODUTTIVO”. Però non eravamo al Sex Festival di Milano (allora si chiamava così), ma alla serissima e blasonata ARTVERONA e allora qualche sospetto cominciava a sorgere.
E poi, se si osservava attentamente, comparivano dei dettagli che alla prima occhiata erano sfuggiti (cosa del tutto naturale visto lo shock iniziale): in realtà la scritta era USAL’A e l’apostrofo era un minuscolo attrezzo meccanico. Insomma, si trattava di un bellissimo sberleffo di matrice dadaista che però introduceva a un vero e proprio manifesto programmatico sull’utilizzo dell’arte nel mondo del lavoro. Studio Chiesa communication lanciava la sua provocazione: l’arte, ma soprattutto l’arte contemporanea, può portare non solo a un cambio di paradigma nella comunicazione d’impresa, ma anche a un modo diverso di pensare e se “usata”, appunto, nel modo giusto, diventa motore di ricerca e sviluppo. Concetto oggi (quasi) sdoganato, ma ai tempi – era il 2010 – davvero rivoluzionario: nel grigio e ingessato mondo delle imprese cercava di farsi largo a gomitate un linguaggio, e un pensiero, che utilizzava codici totalmente dissintoni.

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